La guerra dell’informazione a Gaza

(Le Monde) Un’inchiesta rivela le tecniche dell’esercito israeliano per gestire l’impatto mediatico delle crisi e screditare le vittime civili attraverso l’incrimination retrospettiva. Dalla censura militare record alle restrizioni per i reporter stranieri, la strategia di comunicazione punta a controllare rigorosamente il racconto del conflitto.

La gestione delle informazioni e la contrapposizione narrativa nei contesti di conflitto rappresentano un elemento centrale delle operazioni militari contemporanee. Un’analisi approfondita basata sul racconto di una fonte militare anonima e sulle inchieste di organizzazioni non governative evidenzia le modalità con cui l’esercito israeliano affronta le accuse relative a presunti crimini di guerra e cerca di limitare l’impatto delle immagini diffuse a livello internazionale.

Al centro di questo sistema vi è la cosiddetta incrimination retrospettiva, una procedura adottata in seguito a episodi critici per collegare retroattivamente le persone colpite o uccise alle attività di Hamas, ribaltando la responsabilità sugli avversari e attenuando la risonanza negativa dei materiali visivi.

Questa metodologia trova applicazione in numerosi episodi avvenuti nel corso del conflitto, tra cui il bombardamento che ha colpito l’ospedale Nasser a Khan Younès. In quella circostanza, le autorità militari avevano inizialmente giustificato l’azione sostenendo che la telecamera sul tetto fosse utilizzata da Hamas per monitorare i movimenti delle truppe, un’affermazione smentita successivamente dalle verifiche giornalistiche.

Nonostante la mancanza di prove concrete, l’esercito ha continuato a presentare le vittime come membri di organizzazioni terroristiche, ricorrendo a indagini interne i cui dettagli restano spesso riservati o aperti per lunghi periodi senza riscontri immediati sulle responsabilità dei singoli reparti.

La censura militare

Parallelamente a queste pratiche di giustificazione ex post, lo Stato israeliano esercita un controllo capillare sui flussi informativi attraverso lo strumento della censura militare, le cui statistiche mostrano un incremento notevole delle limitazioni applicate agli articoli di stampa. A ciò si aggiunge il divieto d’ingresso imposto ai giornalisti internazionali nella Striscia di Gaza per quasi tre anni, una misura che riduce drasticamente la capacità di documentare in modo indipendente la realtà sul campo, mentre i reporter locali affrontano rischi elevati e decine di vittime.

Anche in Cisjordania la situazione della stampa appare complessa, segnata da arresti e pressioni sui professionisti dell’informazione.

Orientare il consenso

Le strategie di comunicazione e propaganda, note nel dibattito pubblico come hasbara, mobilitano risorse crescenti per orientare il consenso nazionale e internazionale. Se all’interno del Paese tali narrative mantengono una certa efficacia, i sondaggi globali registrano una progressiva erosione dell’immagine di Israele in numerosi Stati.

Nel frattempo, l’evoluzione di queste dinamiche si estende anche all’impiego di nuove tecnologie e intelligenze artificiali, utilizzate per orientare i flussi informativi e influenzare il dibattito pubblico oltre i confini tradizionali.