Bering lo stretto dimenticato

By Paolo Bonanni 19 Settembre 2026 #bering

(L’Express) Tra Russia e Stati Uniti, l’unico passaggio marittimo che collega il Pacifico all’Oceano Artico sta uscendo dall’ombra: il riscaldamento climatico e l’attivismo cinese lo trasformano in un nuovo fronte strategico. Mentre Washington resta concentrata sulla Groenlandia, gli analisti indicano nello stretto siberiano-alaskano il vero punto caldo della competizione russo-cinese nel Grande Nord.

Mentre l’attenzione di Donald Trump resta fissata sulla Groenlandia — riportata alla ribalta da una foto ritoccata con l’intelligenza artificiale diffusa dal presidente americano a metà luglio — gli esperti di geopolitica artica indicano un altro fronte come realmente critico: lo stretto di Bering. Largo appena 82 chilometri, separa l’estremità orientale della Siberia dal nord-ovest dell’Alaska ed è l’unica porta d’accesso all’Artico dal Pacifico.

Secondo Erdem Lamazhapov, ricercatore del Fridtjof Nansen Institute norvegese, è proprio questo corridoio, e non la Groenlandia, a dover preoccupare Washington, poiché consente a Russia e Stati Uniti di sorvegliare l’intero traffico diretto verso l’Oceano Artico e di monitorare eventuali mosse militari cinesi nella regione.

Le tensioni non sono più solo teoriche

Nell’estate 2024 bombardieri russi e cinesi sono penetrati per la prima volta nella zona di identificazione di difesa aerea statunitense vicino all’Alaska, mentre guardacoste e unità navali cinesi hanno intensificato la presenza nelle acque circostanti. Il riscaldamento artico, quattro volte più rapido della media globale, apre progressivamente nuove rotte: la compagnia cinese Sea Legend ha inaugurato il 15 agosto la prima linea diretta Cina-Europa attraverso l’Artico, sfruttando la fusione stagionale dei ghiacci per evitare le acque del Mar Rosso, rese instabili dalle tensioni tra Washington e Teheran.

Lo stretto custodisce anche risorse enormi: secondo l’USGS racchiuderebbe circa il 13% delle riserve mondiali di petrolio non ancora scoperte e il 30% di quelle di gas naturale, oltre a numerosi minerali critici come nichel, cobalto e zinco.

Cina uno stato “quasi artico”

La Russia punta sullo sviluppo della propria Rotta del Mare del Nord, ma la vede sempre più dipendente dai carichi cinesi, mentre Pechino, autodefinitasi “Stato quasi artico” dal 2018, persegue l’ambizione di diventare potenza polare entro il 2030, anche per ridurre la dipendenza dallo stretto di Malacca.

A Washington qualcosa inizia a muoversi: due senatori hanno presentato a giugno un progetto di legge per vietare alle navi scientifiche russe e cinesi l’accesso senza autorizzazione alle acque artiche americane, mentre si discute il rafforzamento della flotta di rompighiaccio — solo tre unità contro le 42 russe — e la possibile riapertura della base navale di Adak, nelle Aleutine, chiusa dal 1997.