(Liberation) L’intelligenza artificiale entra stabilmente negli studi legali e nelle consulenze dei cittadini, sollevando interrogativi cruciali sulla deontologia e sui rischi legali delle informazioni imprecise. Tra promesse di efficienza e il pericolo crescente delle “allucinazioni” giudiziarie, la professione forense affronta una trasformazione digitale senza precedenti.
L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa sta profondamente modificando il panorama delle professioni legali, trasformando non solo il lavoro quotidiano degli avvocati ma anche il modo in cui i cittadini affrontano il contenzioso. Secondo un’indagine pubblicata in Francia, la maggioranza dei clienti vede con favore l’uso di strumenti come ChatGPT o Claude per orientarsi preventivamente tra le pieghe del diritto.
Questa consultazione preventiva risponde a un’esigenza dei clienti postulanti, desiderosi di colmare il divario di informazioni, comprendere il linguaggio giuridico senza filtri e arrivare ai primi incontri con i propri legali con una preparazione di base.
Tuttavia, l’utilizzo disinvolto di queste tecnologie da parte dei non professionisti e, talvolta, degli stessi avvocati genera tensioni e rischi operativi rilevanti. Molti legali denunciano la ricezione di bozze, memorie elaborate autonomamente dai clienti, la cui validazione richiede un dispendio di tempo considerevole.

L’IA può essere “allucinata”
Il problema centrale risiede nelle cosiddette “allucinazioni” delle intelligenze artificiali, ovvero la tendenza dei modelli a generare informazioni errate o a inventare di sana pianta precedenti e giurisprudenze pur di soddisfare la richiesta.
In Francia e a livello internazionale si moltiplicano i casi in cui tribunali e corti hanno sanzionato o ammonito ricorrenti e difensori per aver depositato atti giudiziari fondati su riferimenti normativi inesistenti, prodotti da algoritmi privi di controllo umano.
Per fronteggiare questa deriva, le istituzioni forensi raccomandano un uso rigoroso e regolamentato della tecnologia, fondato sulla tutela del segreto professionale, sull’anonimizzazione dei dati sensibili e sulla verifica sistematica di ogni output generato. L’obiettivo degli esperti non è demonizzare l’innovazione, bensì indirizzare la professione verso strumenti sicuri, possibilmente ospitati in Europa, ed evitare la dipendenza acritica da piattaforme generaliste.

Editoria legal-tech
Parallelamente, il mercato della legal-tech vede una forte competizione tra i grandi editori giuridici e le soluzioni commerciali, accentuando il divario tra i grandi studi, in grado di investire ingenti somme in licenze avanzate, e le piccole strutture. Molti giuristi evidenziano tuttavia che la vera svolta non risiede nell’acquisto di interfacce alla moda, ma nello sviluppo di competenze interne e di assistenti personalizzati.
Secondo gli analisti, il tempo risparmiato grazie all’automazione delle attività ripetitive deve essere reinvestito nella consulenza strategica, nell’iperspecializzazione e nel rapporto umano con il cliente, preservando l’esclusività di un’expertise che nessun algoritmo può replicare.
