(mynewsroom.it) L’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiorna la lista dei fattori di rischio modificabili della demenza, aggiungendo la perdita di vista non trattata e il colesterolo LDL elevato. Una scoperta giapponese apre intanto una nuova pista di ricerca sull’Alzheimer mentre gli esperti insistono: non è mai troppo presto né troppo tardi per intervenire sullo stile di vita.
La demenza non è una fatalità legata solo all’età e alla genetica. È il messaggio al centro delle nuove raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, diffuse mentre le proiezioni restano allarmanti: nei prossimi decenni i casi sono destinati a più che raddoppiare, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione.
Ai dodici fattori di rischio modificabili già individuati nel 2020 — tra cui scarsa istruzione, perdita dell’udito, ipertensione, fumo, obesità, depressione, sedentarietà, diabete, abuso di alcol, traumi cranici, inquinamento atmosferico e isolamento sociale — la Commissione ne aggiunge ora due, sostenuti da prove solide: la perdita di vista non trattata e un livello elevato di colesterolo LDL.
Lo studio evidenzia anche come gli apparecchi acustici risultino particolarmente efficaci nelle persone che cumulano perdita uditiva e altri fattori di rischio, mentre i traumi cranici si confermano un elemento di pericolo ormai consolidato. Il rischio, sottolineano i ricercatori, resta modificabile a qualunque età, anche in presenza di una predisposizione genetica.
Un concetto chiave è quello di “riserva cognitiva”, la capacità del cervello di resistere ai danni e compensare le perdite. Uno stile di vita sano e stimolante contribuisce a costruirla e mantenerla; quando la riserva non basta più a compensare una patologia cerebrale, compaiono i sintomi della demenza: agire sui 14 fattori di rischio a partire dai 40-50 anni è fondamentale, ma non è mai troppo tardi per cominciare, anche a 70 anni.

Un milione 200mila italiani
Secondo i dati più aggiornati dell’Istituto Superiore di Sanità in Italia si stimano circa 1.200.000 casi di demenza nella fascia d’età uguale o superiore ai 65 anni e circa 24.000 casi di demenza giovanile tra i 35 e i 64 anni, a cui si aggiungono circa 950.000 persone con Mild Cognitive Impairment (MCI), una condizione che talvolta precede la demenza vera e propria.
Il costo complessivo per la società italiana è stato stimato in 23 miliardi di euro l’anno, di cui il 63% a carico delle famiglie: i pazienti in due terzi dei casi, quindi, non sono in carico a strutture sociosanitarie.

Qualcosa si muove sul fronte terapeutico
Sul fronte terapeutico, due anticorpi anti-amiloide sono stati recentemente approvati in Europa: rallentano la progressione della malattia di circa il 30%, senza però arrestarla né curarla, a fronte di costi elevati. Una speranza per il futuro arriva dal Giappone, dove un gruppo di ricerca ha identificato per la prima volta il possibile innesco iniziale dell’accumulo di beta-amiloide, chiamato “Peak 1”, aprendo una nuova strada per bloccare il processo alla radice, prima ancora che le placche tossiche si formino.
