(Times) La sonnolenza cronica passa (anche) dal sangue: un nuovo studio pubblicato su “Lancet” collega alcune molecole del sangue, legate all’alimentazione, ai livelli di sonnolenza diurna. La scoperta apre la strada a possibili terapie basate sulla dieta.
Dormire otto ore e sentirsi comunque esausti a metà mattina potrebbe non dipendere solo dalla qualità del riposo notturno, ma da ciò che scorre nelle vene. È questa l’ipotesi al centro di un nuovo studio pubblicato sulla rivista “Lancet”, secondo cui alcune molecole presenti nel sangue — tra cui gli acidi grassi omega-6, contenuti soprattutto in frutta secca, semi e oli vegetali — sarebbero associate a una minore probabilità di soffrire di sonnolenza diurna eccessiva (EDS), un disturbo che riguarda circa un americano su tre e che è collegato a un rischio più alto di ipertensione, malattie cardiache e diabete.
Il team ha analizzato i campioni ematici di oltre 6.000 adulti con un’età media di 48 anni, mettendo in relazione i livelli di alcuni metaboliti con il grado di sonnolenza riportato dai partecipanti. Oltre agli omega-6, che contribuiscono alla produzione di melatonina, è emerso un ruolo protettivo della sfingomielina, un grasso presente in quasi tutte le cellule dell’organismo, particolarmente coinvolto nella regolazione del ritmo sonno-veglia e ottenibile anche da alimenti come uova e latticini.
I miglioramenti osservati non sono stati eclatanti, ma comunque significativi dal punto di vista clinico: a ogni incremento standard nei livelli di questi metaboliti corrispondeva un miglioramento di circa un terzo o metà punto nello strumento più utilizzato per misurare la propensione ad addormentarsi in situazioni quotidiane: una variazione di due punti su questa scala è generalmente considerata clinicamente rilevante.

Differenze tra i due sessi
Lo studio ha inoltre evidenziato differenze legate al sesso: negli uomini, alti livelli di tiramina O-solfato — un composto derivato dalla scomposizione di formaggi stagionati e salumi — sono risultati associati a maggiore sonnolenza e a un peggioramento della qualità del sonno, probabilmente per un’interferenza con i meccanismi legati alla melatonina.
Nelle donne le correlazioni sono apparse meno nette, complice l’influenza delle oscillazioni ormonali legate a ciclo mestruale, gravidanza o menopausa; tuttavia, studi europei più ampi hanno confermato che anche nel sesso femminile livelli più alti di omega-6 e omega-3 si associano a minore sonnolenza diurna.

Il ruolo della dieta
Le attuali terapie contro l’EDS si concentrano soprattutto sulla stimolazione farmacologica della veglia o su dispositivi per l’apnea notturna, senza intervenire sul metabolismo. I ricercatori ipotizzano ora che dieta e genetica possano giocare un ruolo importante, ma avvertono che la misurazione dei metaboliti resta complessa e che serviranno sperimentazioni cliniche per verificare se un intervento nutrizionale mirato possa realmente ridurre la sonnolenza nella vita reale.
