Il potere resta un affare da maschi

By Paolo Bonanni 5 Settembre 2026 #machismo #potere

(Der Freitag) Dai calciatori ai presidenti, la coolness e la durezza continuano a essere premiate: cambiare il sistema richiede più che buone intenzioni.

La squalifica del calciatore Folarin Balogun, poi ritirata dalla commissione disciplinare della FIFA dopo l’intervento telefonico di Donald Trump al presidente Gianni Infantino, offre lo spunto per una riflessione più ampia sulla mascolinità contemporanea e sui rapporti di potere che la attraversano. L’episodio dimostrerebbe come il diritto del più forte continua a prevalere sulle regole formali: chi detiene potere può infrangere le norme senza conseguenze reali, mentre trasparenza e responsabilità restano parole vuote.

Questa logica – il potere che prevale sulla regola – strutturerebbe anche il dibattito politico attuale sulla mascolinità, alimentato di recente da un manifesto pubblicato da un partito verde tedesco. Il documento, pur muovendo una diagnosi corretta, mancherebbe di conseguenza: denuncia modelli maschili tossici, relazioni mancate, competenze emotive carenti, ma non affronta realmente le strutture che generano quei comportamenti, restando ancorato più alla narrazione che all’analisi dei meccanismi economici e sociali sottostanti.

Essere duri e freddi premia

I giovani uomini imparano, nei propri gruppi, che durezza e freddezza emotiva vengono ricompensate socialmente, in termini di riconoscimento e appartenenza, ben prima che in termini economici. Questo schema di rinforzo comportamentale si riprodurrebbe a ogni livello, dalle aule scolastiche alle squadre sportive, fino agli ambienti di lavoro e alle comunità online, fino a culminare nelle stanze del potere istituzionale e finanziario, dove i mercati premierebbero chi sa imporsi e i sistemi finanziari proteggerebbero gli attori sistemicamente rilevanti dalle conseguenze dei propri rischi.

Tutto a scapito delle donne

Molto importante è il concetto di “patriarcato capitalista suprematista bianco imperialista”, elaborato da Bell Hooks nel 2004, che descrive un sistema in cui determinati modelli comportamentali producono potere e vengono quindi rafforzati, a scapito delle donne ma anche degli stessi uomini che vi aderiscono.

Da questa prospettiva, la richiesta di un cambiamento comportamentale che non intervenga sulle strutture di fondo sarebbe destinata a fallire, perché resterebbe un mero appello moralistico privo di efficacia pratica.

Si può invece lavorare su due fronti paralleli: da un lato un’educazione femminista rivolta soprattutto ai ragazzi più giovani, capace di analizzare criticamente il sistema anziché limitarsi a colpevolizzare i singoli individui; dall’altro una trasformazione delle strutture economiche e politiche, comprese le economie di guerra e la corruzione internazionale, che oggi premiano ancora dominanza e spregiudicatezza.

Un modello maschile positivo resta una narrazione fra le tante finché non si accompagna a una vera politica di redistribuzione, stato di diritto e contrasto alla corruzione.