(Aujourd’hui) La scienza sta riscrivendo il nostro rapporto con gli animali, mostrando che l’intelligenza umana non è così superiore a quella di alcuni animali smontando una serie di cliché tenaci, dai “pesci rossi smemorati” ai “corvi idioti”.
Storicamente il pensiero cartesiano ha legittimato l’idea di animali privi di parola e di ragione, giustificando secoli di dominio umano. Oggi, invece, gli etologi parlano di “intelligenze plurali”: non un’unica scala con l’uomo in cima, ma capacità diverse di adattarsi a un ambiente complesso e mutevole.
L’elefante è l’emblema di questa svolta: dotato del cervello terrestre più grande, mostra una memoria di navigazione impressionante, ricordando per decenni piste e punti d’acqua, conoscenze trasmesse tra generazioni.
I pachidermi riescono a riconoscere volti, usare strumenti con la proboscide e, secondo alcune osservazioni, perfino percepire il movimento delle nuvole attraverso infrasuoni per farsi guidare verso nuove risorse idriche. In Laos, gli elefanti d’Asia avrebbero imparato a curare le ferite con la corteccia di Canarium subulatum dopo aver visto i loro cornac applicare lo stesso trattamento.

La demolizione dei pregiudizi
Contrariamente al luogo comune, il pesce rosso non dimentica tutto dopo pochi secondi: esperimenti dimostrano che può associare un suono al cibo e conservarne il ricordo per almeno cinque mesi; altri pesci arrivano a riconoscere il sub che li nutre e manifestano emozioni come paura e ansia.
Il delfino, già icona popolare di intelligenza, viene descritto come un animale sociale altamente sofisticato: gli adulti trasmettono tecniche di caccia e regole di convivenza ai piccoli, modulando un “linguaggio” specifico come facciamo noi con i bambini.
Comunicano con una ricca gamma di suoni e comportamenti, hanno fischi distintivi individuali e, quando sono contrariati, producono persino bolle a forma di ciambella; sono stati osservati anche rituali assimilabili al lutto.

I trucchi della volpe
La volpe, animale solitario, mette in atto strategie di caccia complesse: finte, aggiramenti per spostare la preda dove gli conviene, lunghe attese pazienti, fino ad arrivare a fingersi morto per attirare gli uccelli.
Il corvo, spesso bollato come stolto, coopera invece con il lupo: localizza prede o carcasse, richiama il canide con vocalizzazioni specifiche e lo guida sul posto, per poi approfittare del “lavoro sporco” del grande predatore; i lupi, dal canto loro, lasciano talvolta i cuccioli giocare con i corvi, segno di una relazione stabile.

Non contano le dimensioni
Come sottolinea la ricercatrice Emmanuelle Pouydebat, l’intelligenza non dipende dalla dimensione del cervello, e molti uccelli superano l’uomo in memoria spaziale; i passeri riconoscono i volti umani pericolosi e non, imparano rapidamente e comunicano in modo complesso per lanciare l’allarme.
Infine, i maiali: formano amicizie durature soprattutto con simili reduci da maltrattamenti. I suini imparano in pochi secondi il proprio nome, aprono frigoriferi e scassinano catenacci, non si perdono in labirinti grazie a un’ottima intelligenza spaziale, comunicano emozioni con vocalizzi ed esibiscono empatia; in laboratorio, sono stati persino addestrati a usare un joystick per ottenere ricompense.
