Credere alla telepatia animale

(Aujourd’hui) Sempre più persone in Francia si rivolgono a sedute di “comunicazione animale” per dialogare telepaticamente con i propri pet, ma professionisti del settore denunciano rischi concreti per la salute degli animali. Nata decenni fa in ambienti new age, la pratica è esplosa dopo la pandemia: solo in Francia, nel 2023, gli hashtag dedicati sul web hanno superato i 40 milioni.

Su TikTok una giovane donna si filma in meditazione mentre racconta ai suoi follower il presunto dialogo appena avuto con Alma, una cagnolina la cui proprietaria le ha chiesto una “comunicazione animale”. Secondo lei, l’animale non vuole cuccioli e, il giorno della sterilizzazione, avrà bisogno di una foto dei suoi “guardiani” e di un quarzo rosa. Contenuti come questo affollano social network e motori di ricerca, alimentando un fenomeno che i professionisti del settore veterinario guardano con crescente preoccupazione.

L’offerta si è moltiplicata: una consulenza costa tra i 50 e i 100 euro, una formazione qualche centinaio; perfino alcune camere di agricoltura organizzano corsi, pur precisando che non si tratta di cure mediche.

Manipolazione mentale

In Francia si parla apertamente di ciarlataneria fondata sulla manipolazione mentale di proprietari in difficoltà. La comunicazione animale, praticata da decenni negli ambienti esoterici e new age, promette di migliorare il benessere degli animali domestici attraverso tecniche non verbali come la telepatia, spesso a partire da una semplice fotografia. Priva di qualsiasi fondamento scientifico, la pratica ha conosciuto una crescita marcata dopo il Covid, di pari passo con altre credenze esoteriche e medicine non convenzionali.

Le conseguenze preoccupano i veterinari

Un veterinario racconta di una coppia convinta a lungo a non sottoporre il proprio gatto a esami del sangue perché una comunicatrice aveva attribuito il dimagrimento a una scelta dell’animale di “non voler più vivere”: in realtà il gatto soffriva di ipertiroidismo e insufficienza renale.

Anche nel mondo equestre la pratica si è diffusa: una cavallerizza racconta che circa un cavaliere su cinque nella sua scuderia vi ricorre, talvolta modificando le pratiche di gestione dell’animale sulla sola base delle indicazioni ricevute.