L’IA un’arma nella guerra dell’informazione

(El Pais) Scoperta una vasta operazione di disinformazione orchestrata dalla Russia durante il conflitto in Ucraina.

In un’epoca in cui la verità è sempre più difficile da distinguere dalla menzogna, la Clemson University, prestigiosa istituzione pubblica della Carolina del Sud, si trova in prima linea nello svelare i meccanismi della manipolazione digitale. Il suo Media Forensics Hub, centro di ricerca avanzato sui social media e la loro influenza sociopolitica, ha recentemente rivelato insieme alla BBC una vasta operazione di disinformazione orchestrata dalla Russia durante il conflitto in Ucraina.

L’indagine, condotta nel 2023, ha smascherato il sito DCWeekly.org, apparentemente un portale d’informazione statunitense, ma in realtà parte di una rete di propaganda russa. Il sito ha diffuso sistematicamente notizie false sull’Ucraina e sul presidente Zelensky, rivolgendosi a un pubblico globale – con incursioni mediatiche in Africa, Turchia, India ed Egitto – ma con un occhio di riguardo per il pubblico americano.

Le notizie, spesso sensazionalistiche, raccontavano episodi fittizi di corruzione, come l’acquisto da parte di Zelensky di yacht di lusso, riuscendo a infiltrarsi anche nei corridoi del Congresso statunitense.

La chiave dell’efficacia dell’operazione

L’uso dell’intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, e una sofisticata strategia di mimetizzazione: DCWeekly costruiva i propri articoli combinando frammenti di contenuti rubati da fonti reali, tessendo una tela di riferimenti apparentemente credibili. I “giornalisti” del sito erano fittizi, così come lo erano le notizie. E dietro i contenuti si celavano prompt istruiti a generare testi ostili alla NATO, agli Stati Uniti e al Partito Democratico, spesso esaltando i repubblicani e la figura di Donald Trump.

Secondo i ricercatori, l’aspetto più inquietante è che questi testi, pur generati da intelligenze artificiali, risultano tanto persuasivi quanto quelli prodotti da esseri umani. L’intelligenza artificiale, d’altronde, non fatica a mentire: non ha bisogno di credere in ciò che scrive, le basta produrre contenuti coerenti e ben articolati. E il pubblico bersaglio non è formato da intellettuali, ma da lettori meno informati e più inclini ad accettare come verità ciò che leggono online.

I segnali per riconoscere il dolo

Il Media Forensics Hub ha identificato tre segnali chiave per riconoscere quando un sito inizia a utilizzare IA generativa: la crescita esponenziale di contenuti, l’elevata diffusione e la ripetitività di certi schemi retorici. La loro analisi, tuttavia, non è solo un esercizio accademico: pone le basi per azioni concrete contro la disinformazione sistematica.

Ma non tutto è negativo. Gli stessi strumenti che diffondono falsità possono, se ben utilizzati, contribuire al progresso. L’intelligenza artificiale si sta dimostrando utile nella ricerca scientifica, nell’educazione e nella sanità, dove sta colmando lacune nei Paesi più fragili. La sfida, oggi, è regolare l’uso dell’IA: limitarne gli abusi e promuovere un impiego etico e virtuoso. Come ogni tecnologia potente, l’IA può essere medicina o veleno. Sta a noi scegliere come usarla.