Il clima non è un’opinione

(Le Temps) La scienza ha basi solide, i dubbi possono essere comprati. Le ondate di calore che colpiscono l’Europa sono l’occasione per spiegare perché, nonostante prove solidissime, la scienza del clima continui a essere messa in discussione: dietro lo scetticismo si nasconde una lunga campagna di disinformazione finanziata dalle lobby dei combustibili fossili.

La scienza non è un’opinione: è la disciplina che stabilisce fatti sulla base di prove verificabili, allo stesso modo in cui si è accertato che la Terra ruota attorno al Sole. Questo non significa che tali evidenze siano sempre accolte senza resistenze, soprattutto quando minacciano interessi consolidati.

Mentre l’Europa fa i conti con l’ennesima estate di canicole bisogna ripercorre le basi della climatologia moderna, che affondano le radici nel 1896, quando lo svedese Svante Arrhenius stabilì per primo il legame tra anidride carbonica atmosferica e riscaldamento globale. Da allora, generazioni di ricercatori — tra cui i premi Nobel per la fisica 2021 Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann, autori di studi già negli anni Sessanta — hanno consolidato un impianto scientifico fondato su decenni di osservazioni satellitari, oceaniche e meteorologiche, oltre che su modelli numerici le cui previsioni, elaborate oltre quarant’anni fa, si sono rivelate coerenti con l’evoluzione reale del clima.

Anche i cambiamenti nel ciclo dell’acqua seguono leggi fisiche note da secoli, come l’equazione di Clausius-Clapeyron, che descrive la maggiore capacità dell’aria calda di assorbire umidità, essiccando i suoli come un asciugacapelli.

Una strategia precisa

Se le basi scientifiche sono così solide, perché il dibattito pubblico continua a mettere in dubbio la crisi climatica? Per molti scienziati non è un caso: dietro lo scetticismo diffuso ci sarebbe una strategia deliberata delle industrie petrolifere e del gas, che avrebbero investito ingenti risorse in campagne di disinformazione per prolungare i propri profitti, pur sapendo che il declino dei combustibili fossili è ormai inevitabile.

Si cita a questo proposito il lavoro della storica di Harvard Naomi Oreskes sulle strategie di negazionismo scientifico orchestrate da alcuni settori industriali. I rapporti dell’IPCC non impongono scelte politiche, ma forniscono i dati necessari per decisioni informate.

Spazio alle rinnovabili

Sul piano razionale, tuttavia, appare sempre meno sensato continuare a dipendere economicamente da produttori di combustibili fossili, esponendosi a instabilità geopolitiche, quando esistono alternative rinnovabili spesso più economiche.

Investire in energia solare ed eolica, sottolinea, potrebbe da solo tagliare entro il 2030 circa un quinto delle emissioni attuali. Ogni anno di inazione comporta più siccità, più scioglimento dei ghiacciai e danni sempre più difficili da gestire per le prossime generazioni.