(Die Presse) Dalla birra bavarese ai data center dell’intelligenza artificiale, la storia del raffreddamento artificiale è anche la storia dei suoi paradossi: più raffreddiamo, più il pianeta si riscalda.
Una macchina frigorifera Linde, pesante sei tonnellate e costruita nel 1876 per un birrificio austriaco, è appena entrata in un museo bavarese. Un dettaglio curioso che apre la riflessione dello storico e filosofo Jan Eike Dunkhase nel suo libro “Kühle neue Welt” (Il nuovo mondo fantastico: la storia della modernità è anche la storia del freddo prodotto dall’uomo.
Tutto comincia con la birra. Per fermentare a basse temperature tutto l’anno, i birrifici tedeschi e austriaci avevano bisogno di refrigeranti artificiali, e fu l’ingegnere Carl Linde, tra Otto e Novecento, a fornirli su scala industriale. Ma la sua invenzione si diffuse presto oltre la produzione alimentare: già nel 1908, al Congresso internazionale del freddo di Parigi, si discuteva di climatizzare le abitazioni, soprattutto per gli europei “di razza nordica” trasferiti nei tropici.
Da qui nasce quello che Dunkhase chiama l’aspetto “coloniale” del condizionamento, culminato simbolicamente quando Calvin Coolidge fece installare il primo impianto elettrico alla Casa Bianca. Eppure l’avanguardia intellettuale europea guardava al freddo artificiale con fascinazione opposta: Bertolt Brecht lo celebrò in poesia, Thomas Mann lo associò alle macchine Linde nei suoi romanzi.

La paura del freddo
Il libro ricostruisce anche la parabola culturale della paura opposta, quella del freddo: dal timore ottocentesco di una nuova era glaciale, filtrato dal secondo principio della termodinamica di Boltzmann, fino all’esperimento di Francis Bacon che nel Seicento morì di polmonite dopo aver provato a conservare un pollo nella neve. Con l’avvento del cambiamento climatico quell’angoscia si è capovolta: oggi temiamo il caldo, non più il gelo.
Il saggio si sofferma sulla Coca-Cola, che promosse la diffusione dei frigoriferi domestici e più tardi, negli anni Ottanta, fece pubblicità in Francia parlando di “révolution du froid”, e su Marilyn Monroe, resa icona anche grazie a un condotto d’aria condizionata nel film di Billy Wilder “Quando la moglie è in vacanza”.

La dialettica del raffreddamento
Ma il cuore critico del libro è quella che Dunkhase definisce la “dialettica del raffreddamento”: più si raffredda, più cresce il calore da smaltire altrove, in un circolo che rimanda al concetto marxiano di plusvalore.
Un paradosso che oggi si ripropone su scala planetaria con i data center per l’intelligenza artificiale, particolarmente energivori proprio perché i computer quantistici richiedono un raffreddamento estremo. Dunkhase si chiede se non sia il caso, prima o poi, di rendere il calore di scarto un costo da pagare, come già avviene per i rifiuti, pena, avverte, una progressiva “devastazione della Terra”.
