(Le Monde) La folle storia dell’era dei rifiuti e l’illusione del riciclo: i rifiuti sono diventati i compagni familiari della modernità, colonizzando oceani, ghiacciai, l’atmosfera e persino il corpo umano.
La produzione mondiale di scarti solidi supera oggi i 2 miliardi di tonnellate all’anno e si stima che toccherà i 3,4 miliardi nel 2050 , mentre quella della plastica è raddoppiata in appena vent’anni. Questa nuova epoca, segnata dall’accumulo indelebile di residui umani negli strati geologici della Terra , è stata ribattezzata dal sociologo Baptiste Monsaingeon con il termine “Pattumocene” (l’era della pattumiera).
Fino alla fine del XIX secolo, il concetto di “rifiuto” nell’accezione contemporanea di oggetto da abbandonare non esisteva. Le materie di scarto urbano erano risorse preziose reintrodotte costantemente nel ciclo della vita: gli avanzi alimentavano gli animali, gli stracci sostenevano l’industria della carta e la raccolta delle ossa serviva per la raffinazione dello zucchero.

La rottura di questo equilibrio metabolico avviene nella seconda metà dell’Ottocento con l’avvento dei concimi chimici e lo sviluppo dell’igienismo, che spinge a rinchiudere i residui urbani nelle pattumiere e ad allontanarli dalle città.
Nel XX secolo, gettare si trasforma in un vero e proprio diritto inserito nell’immaginario collettivo. Dagli anni Venti, le industrie inventano l’obsolescenza programmata (tecnica e psicologica) per accelerare le vendite , e dal 1945 lo spreco cessa di essere condannato, diventando un simbolo socialmente valorizzato di benessere, comodità e abbondanza economica.

Il grande inganno del riciclo
Dagli anni Novanta, il riciclo è stato elevato ad “alpha e omega” delle politiche pubbliche. Tuttavia, numerosi ricercatori ne mettono oggi in luce i limiti sistemici. Essendo pienamente integrato nelle logiche del mercato, il riciclo non riduce la quantità di scarti alla fonte. Al contrario, le filiere industriali e i moderni centri di valorizzazione energetica richiedono investimenti pesanti e un’alimentazione continua di rifiuti per sopravvivere.
Si innesca così un “effetto rimbalzo”: non a caso, i Paesi considerati campioni del riciclo, come Svezia e Germania, sono anche i maggiori produttori di rifiuti in Europa. Questo meccanismo sposta la colpa etica sul singolo consumatore attraverso l’ingiunzione contraddittoria di “ridurre i consumi continuando a comprare”, evitando di colpire politicamente i reali responsabili, ad esempio vietando il sovraimballaggio.

Razzismo ambientale
I rifiuti non sono solo una sfida tecnica, ma un materiale profondamente politico che riflette gravi disuguaglianze sociali. Negli anni spiegati dalle lotte per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti, sono nati i concetti di “giustizia ambientale” ed “ecorazzismo”. Gli studi scientifici dimostrano infatti che le infrastrutture più inquinanti e le discariche di rifiuti pericolosi vengono sistematicamente collocate in prossimità dei quartieri abitati da minoranze etniche o popolazioni svantaggiate.
Questo squilibrio si riproduce anche in Europa: a livello globale, i Paesi ricchi tendono a “invisibilizzare” la propria sovraccrescita esportando tonnellate di rifiuti tossici verso i Paesi poveri. Per gestire questo lascito distruttivo, il filosofo Monnin propone di ridefinire i rifiuti dell’antropocene come “comuni negativi”, l’unico modo per ridistribuire equamente le responsabilità e i costi tra chi trae profitto dalla produzione di ricchezza e chi, storicamente, ne paga il prezzo ecologico e sanitario.
