(Abc) Tra affetto virtuale e rischi di dipendenza: se l’IA può essere un compagno comodo, il suo affetto rimane un’illusione algoritmica.
Fido corre, gioca e cerca attenzioni come un cane vero, ma non esiste: è un animale domestico virtuale nell’app Peridot di Niantic, la stessa azienda di Pokémon Go!. Con realtà aumentata e intelligenza artificiale (IA), questi compagni digitali promettono affetto senza le responsabilità di un animale reale. Ma gli esperti avvertono: dietro la comodità si nascondono rischi psicologici, dalla solitudine alla dipendenza emotiva.

Il boom dei pet robotici
Secondo Verified Market Reports, il mercato globale dei pet robotici varrà 6.500 milioni di dollari entro il 2033, con una crescita annua del 20,5%. Trainati da solitudine crescente e dalla ricerca di relazioni “low effort”, questi dispositivi stanno conquistando soprattutto l’Asia.

In Giappone, Moflin di Casio (360 euro) simula una cavia che sviluppa una personalità grazie all’IA, mentre in Cina BooBoo aiuta chi ha difficoltà sociali. A stupire al CES di Las Vegas è stato Ingenuity di Ropet: alimentato da ChatGPT, reagisce a carezze e sguardi, proclamandosi “il tuo unico grande amore”.

I limiti dell’affetto artificiale
Un pet reale è parte della famiglia. L’IA simula, ma non prova emozioni. Juan Ignacio Rouyet, docente di imprenditoria tecnologica, aggiunge: “Dietro un sorriso robotico c’è solo matematica. E le aziende non parlano degli effetti collaterali”. Uno studio del MIT ha rilevato che chi vede l’IA come un “amico” sviluppa più solitudine e dipendenza: il confine tra supporto e dipendenza dannosa è sottile.

In contesti clinici, i pet robotici hanno successo: alleviano la solitudine nelle case di riposo, come alternativa alla pet therapy. Possono aiutare, ma non devono sostituire le relazioni reali. Tuttavia, il rischio è che la tecnologia soppianti il contatto umano: siamo esseri sociali: la vicinanza virtuale non basta.
