(Neue Zurcher Zeitung) Da Cicciobello a Ferretti, il capitale cinese si sposta sempre più spesso dalla proprietà simbolica al controllo operativo delle aziende familiari italiane. Un cambiamento che riaccende il dibattito su tecnologia, sicurezza e sovranità industriale. L’Italia fatica a trovare capitali propri per sostenere le sue imprese storiche. La Cina lo sa, e non cerca più trofei, ma know-how, brevetti e accesso al mercato europeo.
Cicciobello, la bambola più celebre d’Italia, non cambierà casa, ma cambierà regia: il gruppo cinese Super Hisen ha assunto il controllo operativo di Giochi Preziosi, storico produttore giocattoli, nell’ambito di un piano di salvataggio da 80 milioni di euro. Non è un caso isolato. Negli ultimi anni, investitori cinesi hanno rilevato marchi noti come Bialetti, le scarpe Golden Goose e persino il marchio svizzero Mammut, spesso intervenendo dove mancavano capitali italiani disposti a sostenere aziende in difficoltà.
Il fenomeno segna un cambio di natura, più che di scala. Se negli anni Duemiladieci la Cina puntava su grandi nomi quotati come Pirelli o le reti energetiche di CDP Reti, oggi gli investimenti diretti sono complessivamente diminuiti, frenati da controlli più severi sia a Pechino sia nelle capitali europee.

Ma i dati delle Camere di commercio italiane raccontano un’altra tendenza: tra il 2020 e il 2025 le società partecipate da holding cinesi sono salite da 751 a 906, e in tre casi su quattro gli azionisti cinesi detengono un controllo effettivo. La Cina investe meno, ma punta sempre più spesso alla gestione diretta, soprattutto in imprese industriali di medie dimensioni, non quotate, ricche di brevetti, competenze tecniche e relazioni con i mercati europei.
Resta il nodo di fondo: l’Italia possiede un tessuto di imprese familiari di eccellenza, ma non sempre il capitale per tenerle in mani nazionali. Difendere questi asset con strumenti normativi è possibile; sostituire il capitale straniero, molto meno. Ogni cessione, oggi, non è più solo una questione finanziaria, ma una questione di potere geopolitico.
Il caso Pirelli resta l’esempio più istruttivo
L’ingresso di ChemChina in Pirelli nel 2015 fu accolto come un successo dell’internazionalizzazione. Col tempo, però, le preoccupazioni su ricerca, tecnologia e dati sensibili — amplificate dalle restrizioni americane sulle tecnologie cinesi — hanno spinto Roma a intervenire con la legge sul Golden Power, rafforzata nel 2026, limitando l’influenza gestionale dell’azionista cinese. Sinochem ha nel frattempo ceduto parte della sua quota, riportando l’imprenditore Marco Tronchetti Provera alla guida del capitale.

La battaglia per Ferretti
Diverso l’epilogo alla Ferretti, il cantiere di superyacht salvato dal fallimento nel 2012 proprio dal gruppo cinese Weichai. A maggio, Weichai ha vinto uno scontro societario con l’azionista ceco KKCG e l’ex amministratore delegato Alberto Galassi, ottenendo il pieno controllo operativo una decisione ora contestata in tribunale anche per le implicazioni di sicurezza legate alla produzione di motovedette per le forze dell’ordine italiane.
