Allenarsi con l’intelligenza artificiale

(Wall Street Journal) I “datamaxxer”: da maratoneti a impiegati d’ufficio, un numero crescente di persone affida a chatbot come Claude l’analisi di sonno, allenamenti e stress quotidiano, trasformando i dati biometrici in consigli personalizzati.

Julian Flieller, ingegnere software di 25 anni, si allenava un tempo sotto la guida di coach in carne e ossa. Oggi, in vista delle sue maratone amatoriali, è un modello di intelligenza artificiale di Anthropic a suggerirgli modifiche all’allenamento, incrociando i dati raccolti dai suoi dispositivi indossabili con il calendario lavorativo.

Lui fa parte di una comunità informale che si sta ritagliando uno spazio ai margini del wellness digitale: i cosiddetti “datamaxxer”. Si tratta di appassionati di salute che non si limitano a osservare grafici statici su un’app, ma dialogano ogni mattina con un chatbot per interpretare una notte di sonno agitato o una frequenza cardiaca fuori norma.

Alcuni interagiscono con i propri dati attraverso applicazioni di messaggistica come WhatsApp e Telegram, costruendo strumenti e cruscotti personalizzati, a volte per uso privato, a volte come vera e propria attività imprenditoriale.

Una specie di linguaggio amoroso

Jennifer McDaniel, 47 anni, impiegata nel settore vendite, ha raccontato che l’assistente sviluppato da un amico per lei rappresenta ormai una sorta di linguaggio d’amore, capace di restituirle indicazioni alimentari su misura e persino di individuare segnali precoci legati alla salute renale.

Non mancano però le cautele. Mika Reyes, fondatrice trentunenne con sede a New York, ha ammesso di non fidarsi ciecamente dei piani di allenamento generati dal proprio sistema, verificandoli sempre alla luce di principi consolidati: diversi studi, del resto, continuano a segnalare come i chatbot possano fornire indicazioni mediche imprecise.

Il valore dei dati e i rischi

Il fenomeno tocca anche la sfera lavorativa. In India, l’ingegnere informatico Pankaj Tanwar ha sviluppato un sistema, alimentato via Telegram e perfezionato in quattro anni, che integra dati su spostamenti in bicicletta, tempo trascorso davanti agli schermi, appuntamenti e qualità del sonno. Una battuta scherzosa tra colleghi sullo stress in ufficio lo ha spinto a usare i dati per identificare, in tono ironico, chi tra i compagni di lavoro ne fosse la causa principale.

Per lui, che gestisce l’intero sistema su un server domestico, il possesso totale dei propri dati resta un valore imprescindibile rispetto alle app sanitarie tradizionali, ormai anch’esse orientate verso funzioni basate sull’intelligenza artificiale ma percepite come meno complete. L’accumulo di informazioni non basta di per sé a generare un reale valore aggiunto rispetto a quanto già offerto dalle aziende del settore.