Sant’Elena a casa di Napoleone

(Times) A 1.200 miglia dalla costa africana, il territorio britannico più remoto del pianeta accoglie viaggiatori con la tomba vuota dell’imperatore, una tartaruga quasi bicentenaria e un aeroporto tra i più inaffidabili al mondo. Il fascino di Sant’Elena sta nella storia coloniale, la natura vulcanica e una comunità che vive ancora al ritmo di un’altra epoca.

Raggiungere Sant’Elena richiede tempo, pazienza e un pizzico di fortuna con il meteo. L’isola britannica nell’Atlantico del Sud, a 1.200 miglia dall’Angola, resta uno dei luoghi più isolati della Terra, ma continua ad attrarre viaggiatori disposti ad affrontare un volo settimanale spesso cancellato per vento o foschia.

Sul prato di Plantation House vive Jonathan, la tartaruga gigante più anziana del mondo, nata prima dell’ascesa al trono della regina Vittoria e oggi quasi cieca ma ancora vitale. La sua immagine campeggia sulle banconote locali, accanto a quella dell’altro celebre “residente” dell’isola: Napoleone Bonaparte, esiliato qui dopo Waterloo perché ritenuto il luogo più sicuro per impedirne la fuga.

La sua tomba, presso Longwood, è oggi vuota e priva di iscrizione, dopo che un disaccordo tra il seguito imperiale e il governatore britannico Hudson Lowe sulla dicitura da incidere si concluse lasciando la lastra bianca. Nel 1840 i resti furono trasferiti a Parigi, agli Invalides. La residenza di Longwood, restaurata dal console onorario francese Michel Dancoisne-Martineau, conserva ancora mobili e oggetti dell’imperatore.

L’isola e il mito napoleonico

Sant’Elena custodisce anche la più grande fossa comune al mondo per schiavi africani liberati dalla Royal Navy nell’Ottocento: circa 8.000 corpi, di cui trecento scheletri riesumati durante la costruzione di una strada e poi reinterrati con una cerimonia che ha coinvolto gli studenti dell’unica scuola superiore locale.

L’isola, colonia britannica dal 1659, vive oggi un’economia turistica ancora acerba. L’aeroporto, costruito come alternativa alla nave da rifornimento che impiegava cinque giorni da Città del Capo, si è rivelato un progetto costoso e inaffidabile: situato su una scogliera esposta al vento, resta chiuso per mesi e i voli, gestiti dalla compagnia sudafricana Airlink, vengono spesso deviati.

Pochissima ricettività ma atmosfera unica

Chi arriva trova un solo hotel vero, il Mantis St Helena, ricavato da tre edifici storici a Jamestown, la piccola capitale georgiana. Mancano spiagge tradizionali, ma non mancano immersioni, avvistamenti di delfini e balene, e una fauna unica come l’uccello wirebird, simbolo dell’isola.

A colpire, più della storia, è l’atmosfera: una comunità di circa 4.200 abitanti, discendenti di marinai britannici, schiavi liberati, lavoratori cinesi e prigionieri boeri, dove ancora oggi le notizie arrivano via radio settimanale e il contante resta il mezzo di pagamento più sicuro.