Il Vin de France sfida la Borgogna

(The Observer) Una categoria nata nel 2009 come ripiego per i produttori scavalca le denominazioni storiche francesi, conquistando soprattutto i giovani consumatori britannici.

Per decenni chi amava il vino francese si è affidato a poche coordinate sicure: Bordeaux, Borgogna, Sancerre. Oggi quella mappa si sta complicando, e a ridisegnarla è una categoria fino a poco tempo fa considerata di serie B: il Vin de France.

A differenza delle denominazioni classiche, il Vin de France non è legato a un’area geografica precisa né alle rigide regole che per un secolo hanno stabilito dove e come si possono produrre determinati vini.

Questo significa che nella stessa bottiglia possono confluire uve di provenienze diverse, varietà non tradizionalmente ammesse in una data zona e stili di vinificazione più liberi. Introdotta nel 2009 come formula ritenuta all’epoca poco prestigiosa, la categoria vive ora una fase di rilancio.

Il vantaggio più immediato per chi acquista è economico: il Vin de France costa in genere meno delle etichette più blasonate. I dati diffusi da Anivin de France, l’organismo di settore, parlano di una crescita delle vendite in volume nel Regno Unito del 27% nell’ultimo anno.

Anche le catene della grande distribuzione confermano il trend: The Wine Society ne ha venduto 150.000 bottiglie nel 2025, il doppio rispetto al periodo pre-pandemia, mentre da Waitrose il 10% dei vini fermi francesi in vendita rientra ormai in questa fascia.

Il rosé insidia la Provenza

A trainare la crescita è soprattutto il rosé, che sta insidiando la tradizionale supremazia della Provenza: nell’anno fino a gennaio le vendite di rosé sono aumentate del 64% in Gran Bretagna, e circa il 70% di quell’incremento è riconducibile proprio al Vin de France.

Secondo i buyer del settore, i consumatori più giovani mostrerebbero minore attaccamento alle gerarchie enologiche tradizionali, privilegiando invece l’etica del produttore, la sostenibilità e profili di gusto distintivi rispetto al rispetto pedissequo del disciplinare.

Il clima conta meno

Anche i produttori trovano nella categoria dei vantaggi concreti, in particolare la possibilità di adattarsi con più agilità ai cambiamenti climatici, ricorrendo a varietà più resistenti al caldo altrimenti vietate dalle regole di denominazione. Diversi ristoratori e wine bar, da Leeds a Parigi, segnalano una crescente presenza di queste etichette nelle proprie liste, anche come espressione del movimento dei vini naturali.

Non mancano però le riserve. L’assenza di indicazione geografica può disorientare chi è abituato a scegliere in base alla denominazione, e c’è chi teme che l’abbandono progressivo delle appellazioni rischi di disperdere un patrimonio di conoscenza e tradizione costruito nel tempo, a vantaggio di un’offerta più semplice da comunicare ma meno radicata nella storia dei territori.