(mynewsroom.it) La netta vittoria alle elezioni di metà mandato consegna il Congresso all’opposizione e apre subito la corsa al 2028. Da Newsom a Ocasio-Cortez, da Osoff a Talarico una dozzina di nomi è già pronta a partire. Questo successo rischia di produrre primarie affollate e feroci.
La politica americana non conosce pause. Martedì sera, prima ancora che arrivassero i risultati storici delle elezioni di metà mandato, c’era una sola certezza: qualunque fosse l’esito, il giorno dopo si sarebbe cominciato a parlare delle presidenziali del 2028. Nel campo democratico, in realtà, le manovre erano iniziate da tempo. Gavin Newsom, Kamala Harris e Pete Buttigieg hanno girato per mesi stati chiave come il Michigan e il Nevada. Ufficialmente lo facevano per sostenere i candidati alle midterm, di fatto per preparare la propria corsa.
Il voto di martedì è stato una sconfitta pesantissima per Donald Trump e consegna il Congresso all’opposizione. Il risultato è andato oltre le previsioni anche dei democratici più ottimisti, ma la vittoria nasconde un’insidia. Tutte le correnti del partito, dai centristi ai socialisti, hanno vinto e ora vorranno imporre la propria visione.
Tra i repubblicani la scelta appare più ristretta, con il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio in testa. I democratici, invece, si preparano a decine di candidature. Nessuno si è ancora fatto avanti ufficialmente, ma la sfida si annuncia affollata e feroce e farà emergere le divisioni interne.
Tanti (troppi?) pretendenti
Newsom ha concluso i suoi mandati alla guida della California, lo stato più popoloso e potente del Paese. Da mesi corteggia i grandi finanziatori e raccoglie fondi, ma deve fare i conti con una sorta di maledizione: dalla California non è mai uscito un presidente democratico. Kamala Harris, nonostante la disfatta del 2024, non esclude un nuovo tentativo. Il suo unico vantaggio è essere il volto più conosciuto del gruppo.

Tra i vincitori del voto spicca Jon Ossoff, senatore della Georgia, rieletto con un margine netto in uno stato decisivo. Ha un profilo moderato e innovatore e potrebbe diventare il primo presidente ebreo degli Stati Uniti. Gli somiglia Josh Shapiro, governatore della Pennsylvania appena rieletto con un risultato schiacciante, che ha fatto della collaborazione con i repubblicani uno dei pilastri della sua carriera.

E poi c’è James Talarico, l’ex seminarista e insegnante che ha espugnato il Texas.

L’ala sinistra conta sui buoni risultati di candidati come Abdul El-Sayed in Michigan.

Il nome più noto è quello di Alexandria Ocasio-Cortez, che ha moderato i toni fino a definire una «follia» la febbre woke del partito. Sullo stesso versante si muove Ro Khanna, deputato californiano. Subito dopo il voto è nato un comitato, «Presentati Ro», per spingerlo a candidarsi, e lui ha detto che deciderà entro la fine dell’anno.

Buttigieg vinse le primarie dell’Iowa nel 2020 prima di farsi da parte per favorire Biden. Da allora ha costruito una rete di donatori, si è trasferito in Michigan e punta a diventare il primo candidato apertamente gay. Andy Beshear, governatore del Kentucky, ha vinto due volte in uno stato dominato da Trump e dai repubblicani. Da presidente dell’Associazione dei governatori democratici ha anche contribuito a molte delle campagne vinte in queste midterm.
J.B. Pritzker, governatore dell’Illinois, si è fatto conoscere a livello nazionale con i suoi scontri con Trump. Il suo patrimonio da miliardario lo rende indipendente dai donatori, ma in tempi di populismo economico potrebbe diventare il suo tallone d’Achille. Infine Gretchen Whitmer, che a gennaio lascerà la guida del Michigan, potrebbe diventare la prima presidente donna. La sua disponibilità a collaborare con Trump le è valsa elogi e critiche allo stesso tempo.