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COP31 alla prova della guerra

Posted on 8 Novembre 20267 Novembre 2026 by Paolo Bonanni

(Le Figaro) Dal 9 al 20 novembre la Turchia ospita, insieme all’Australia, una conferenza segnata dalla crisi di Hormuz e dall’assenza americana. Per aggirare il nodo dei combustibili fossili, i negoziati ruotano attorno all’elettrificazione. Il Nepal, travolto da un crollo glaciale, porterà ad Antalya le richieste dei Paesi più vulnerabili. Ma l’Europa avverte che quest’anno non ci saranno nuovi impegni finanziari.

Riunire per due settimane quasi tutti i Paesi del mondo attorno allo stesso tavolo è ormai un’impresa in sé. La COP31 si apre il 9 novembre ad Antalya, località balneare turca, con una copresidenza inedita tra Turchia e Australia, perché nessuno dei due Paesi ha voluto lasciare il posto all’altro. Settantasette capi di Stato e di governo partecipano al vertice dei leader dell’11 e 12 novembre, tra cui Lula, appena rieletto, e il premier britannico Andy Burnham.

Un anno dopo la deludente conferenza amazzonica, Antalya si presenta come la COP del passaggio all’azione. Le regole attuative dell’accordo di Parigi sono scritte e resta da applicarle. Nel frattempo l’ONU ammette che la soglia di 1,5 °C sarà presto superata, almeno temporaneamente.

Quest’anno il contesto rischia di contare più dei negoziati. La crisi nello Stretto di Hormuz, la guerra in Ucraina e i prezzi alle stelle degli idrocarburi hanno riportato la sicurezza economica al centro dell’agenda. Nei primi sei mesi della crisi, i Paesi importatori hanno speso circa 330 miliardi di dollari in più per petrolio e gas liquefatto. I grandi produttori si trovano così in posizione di forza, mentre le fonti fossili coprono ancora oltre l’80% del mix energetico mondiale.

L’uscita dai fossili

Nel 2023, a Dubai, era stata decisa l’uscita dalle fonti fossili, ma l’anno scorso il Brasile non è riuscito nemmeno a citarle nel testo finale. Per aggirare questo tabù, gli organizzatori puntano sull’elettrificazione. Ankara vuole portare la quota di elettricità nei consumi finali dal 20% attuale al 35% entro il 2035. Restano però due domande: se l’obiettivo diventerà vincolante e di quale elettricità si parli. La Turchia produce molta energia dal carbone e l’Australia è il terzo esportatore mondiale di fonti fossili. Bruxelles chiederà che l’elettricità sia definita «pulita», pur sapendo che sarà difficile ottenerlo.

Sul terreno, la guerra in Iran sta già accelerando la transizione. Le vendite di pannelli solari crescono dalle Filippine al Regno Unito e le auto elettriche sono salite al 22% degli acquisti nell’Unione europea. Ma c’è un paradosso: il greggio caro rende più attraenti le alternative, mentre l’instabilità dei mercati frena gli investimenti, calati del 17% nel primo semestre. Intanto Giappone, Corea del Sud e Germania hanno aumentato il consumo di carbone.

Niente aiuto ai Paesi vulnerabili

Sulla finanza, sarà il Nepal a guidare le richieste dei Paesi vulnerabili. Ad agosto il crollo di un ghiacciaio ha causato almeno 1.400 morti e oltre 5.000 dispersi. Il fondo per le perdite e i danni, che dovrebbe aiutarlo, non ha ancora versato un solo dollaro.

L’Europa però non prenderà nuovi impegni, in un quadro in cui gli Stati Uniti si sono ritirati e la Cina rifiuta l’etichetta di Paese contributore. Pochi si aspettano un accordo storico.

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MyNewsRoom è redatto da Paolo Bonanni. Dopo 13 anni al Giornale di Montanelli il passaggio ai periodici con le direzioni di Forza 7, Sport Club, Film Tv, Max Italia (pro tempore anche Max Francia e Max Grecia), Fit for Fun, Capital e GQ.

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