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Il mistero degli antidepressivi

Posted on 7 Novembre 20266 Novembre 2026 by Paolo Bonanni

(New York Times) Si prescrivono da decenni e la loro efficacia è documentata, ma la scienza non sa ancora spiegare con precisione come agiscano. Non correggono uno «squilibrio chimico», come per anni ha sostenuto la pubblicità. Secondo le ricerche più recenti, il farmaco aiuta il cervello a cambiare, ma da solo non basta.

Negli Stati Uniti il dibattito pubblico sugli antidepressivi ruota soprattutto intorno a come e quando smettere di prenderli. Il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha fatto del deprescribing, la riduzione graduale e supervisionata dei farmaci, un punto della sua agenda politica. Lui e altri critici sostengono che questi medicinali siano prescritti troppo e abbiano effetti collaterali pericolosi. La comunità medica li considera invece cure efficaci e necessarie per depressione, ansia e disturbo ossessivo-compulsivo. Sotto questa contrapposizione resta però aperta una domanda più profonda: come funzionano davvero?

Per decenni ha retto la spiegazione resa popolare dalla pubblicità farmaceutica degli anni Novanta, secondo cui gli antidepressivi correggerebbero una carenza chimica nel cervello. Almeno dai primi anni Duemila gli studi indicano che non è così. I medici li prescrivono perché i dati clinici e l’esperienza dei pazienti ne confermano i benefici, ma il meccanismo resta poco chiaro, come avviene per il paracetamolo o per gli anestetici generali. Capirlo servirebbe anche a spiegare perché questi farmaci non funzionano con tutti e a svilupparne di nuovi.

Un fondo di verità

Gli SSRI, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, aumentano davvero i livelli di alcuni neurotrasmettitori. L’effetto utile sembra però nascere dalla catena di cambiamenti che questo innesca nei neuroni e nei circuiti cerebrali. Chi soffre di depressione o di ansia tende a leggere in modo negativo ciò che vede e ricorda: un volto neutro appare critico, le ricompense sembrano sbiadite e i rimproveri bruciano di più.

I ricercatori di Oxford hanno dimostrato che gli antidepressivi spostano questa elaborazione emotiva in senso positivo, a volte già dopo una sola dose. Segue poi una fase più lenta, in cui la persona impara di nuovo a guardare se stessa e il mondo. In questa fase contano molto il sostegno sociale, le relazioni e la psicoterapia.

Altre ipotesi

Tra le ipotesi c’è anche quella che chiama in causa la riduzione del nevroticismo, cioè la tendenza a preoccuparsi, e soprattutto la neuroplasticità: il farmaco aprirebbe una «finestra» in cui il cervello torna capace di riorganizzarsi. C’è poi l’appiattimento emotivo. In un sondaggio su oltre settecento pazienti, quasi la metà lo attribuiva al farmaco.

Che sia questo il vero meccanismo d’azione, però, non trova un solido riscontro negli studi. Infine pesano le aspettative, il rapporto con il medico e il passare del tempo: gli antidepressivi battono il placebo, ma per il paziente medio con un margine modesto.

Queste spiegazioni non si escludono a vicenda e descrivono processi che agiscono su piani diversi. Hanno in comune un punto: il farmaco cambia le condizioni in cui si vivono le emozioni, ma da solo non basta. Per chi ha avuto un singolo episodio può funzionare come un gesso da togliere a guarigione avvenuta. Per altri dovrà invece restare un sostegno permanente.

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MyNewsRoom è redatto da Paolo Bonanni. Dopo 13 anni al Giornale di Montanelli il passaggio ai periodici con le direzioni di Forza 7, Sport Club, Film Tv, Max Italia (pro tempore anche Max Francia e Max Grecia), Fit for Fun, Capital e GQ.

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