(mynewsroom.it) Con “Wild Horse Nine” il regista degli “Spiriti dell’isola” manda due sicari americani all’Isola di Pasqua, alla vigilia del golpe cileno. La critica si divide sulla commedia nera ambientata nel Cile di Allende. Fotografia vintage e satira degli imperi convivono con un umorismo che non convince tutti. Ma John Malkovich sembra pronto per l’Oscar.
All’inizio degli anni Settanta, a Santiago del Cile, due veterani della CIA trascinano noia e vecchie malefatte da un bar all’altro. Chris e Lee sono specialisti in omicidi mirati, ma il tempo è passato. Chris, interpretato da John Malkovich, è malinconico e malato, e con l’età ha preso un’abitudine pericolosa per una spia: parla troppo. Al bancone spiega a chiunque voglia ascoltarlo che Salvador Allende ha i giorni contati e che il generale Pinochet si prepara a prendere il potere con la complicità di Washington. L’Agenzia decide così di spedirlo all’Isola di Pasqua, insieme al compagno Lee (Sam Rockwell, in versione spia-badante), con il pretesto di una missione senza importanza. Sul posto, però, i guai sono appena cominciati.
“Wild Horse Nine”, nuovo film di Martin McDonagh, segna il ritorno del regista di “In Bruges”, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” e “Gli spiriti dell’isola”. Come sempre, il cineasta irlandese, formatosi in teatro, punta su un cast corale, in cui figurano anche Steve Buscemi e Mariana di Girólamo.

Al centro c’è un Malkovich da Oscar, lunare e seducente, fragile e canaglia, veterano roso dai rimorsi che avrebbe persino incrociato John Kennedy il giorno della sua morte. Il film recupera la tradizione delle avventure tropicali alla Humphrey Bogart, con americani esiliati in taverne remote a bere e rimpiangere il passato. Costumi, oggetti d’epoca e una fotografia che imita i colori della pellicola Ektachrome, insieme a frammenti in 8 millimetri, danno al film l’aspetto di una vecchia cartolina.
Gli imperi sono sempre brutali, allora e oggi
McDonagh confeziona una satira feroce sulla brutalità degli imperi. Il Cile del secolo scorso richiama il Venezuela di oggi o l’Ucraina di fronte alla Russia; una giovane studentessa idealista viene travolta dalla violenza della storia, mentre l’isola, con il suo nome originario di Rapa Nui, evoca l’estinzione di un popolo di cui restano soltanto le statue.
Non tutti sono convinti. Alcuni recensori vedono nel film i limiti della “formula McDonagh”: dettagli pittoreschi ripetuti fino all’esaurimento, come il soprannome “teste grosse” dato ai moai, una scrittura giudicata pesante e un registro agrodolce che fatica a reggere fino a un finale più solenne.

Umorismo e redenzione
Il pentimento dei protagonisti, osservano i critici, scivola presto in una vacanza fatta di sigarette, alcol, sparatorie e flirt con due giovani cilene, all’insegna di un umorismo regressivo. A McDonagh si rimprovera anche di accompagnare, film dopo film, maschi di un’altra epoca verso il cimitero senza mai dare spazio a volti nuovi.
Il film, della durata di circa due ore, interroga comunque il tema caro al regista, la redenzione, condensato in una battuta di dialogo: ci sono dinosauri in paradiso? Sull’isola abitata più remota del pianeta, ognuno cerca di sfuggire alla realtà, alla morte o al passato. Senza riuscirci, perché la Terra è rotonda e una fine del mondo non esiste.