(Frankfurter Allgemeine) Un tempo le vedette avvistavano i capodogli per ucciderli. Oggi guidano scienziati e volontari che li studiano. Alle Azzorre chiunque li può aiutare, a patto di sopportare onde, freddo e lunghe attese.
«Il numero 0019 vorrei proprio rivederlo». Lisa Steiner fissa il monitor, dove scorrono una dopo l’altra le sagome scure delle code dei capodogli, fotografate a un centinaio di metri da un catamarano che beccheggia. Lo 0019 è una femmina avvistata per la prima volta nel 1987 al largo delle Azzorre, l’ultima nel 2024. Anche oggi non si è fatta vedere.
La biologa marina riconosce i cetacei dalle tacche delle pinne caudali, uniche come impronte digitali. Gestisce il Flukebook, uno dei più grandi archivi fotografici scientifici al mondo dedicati a queste code: circa 5.000 immagini scattate nell’arcipelago portoghese e altre 3.000 in altri mari.
In oltre trent’anni di uscite ne è nata una serie storica che documenta le rotte migratorie dei capodogli e i loro legami sociali. Ha permesso di dimostrare, per esempio, che i maschi nuotano dal Nordamerica fino alle Azzorre, e che un’area marina protetta alle Canarie è probabilmente inutile, perché lì le balene quasi non passano.

Dal 1999 l’organizzazione Biosphere Expeditions consente a chiunque di affiancarla per dieci giorni intorno all’isola di Faial, con una quota a partire da 2.690 euro. Il luogo non è casuale. Qui il mare raggiunge i 4.000 metri di profondità e, oltre alle nove isole vulcaniche, dal fondale si innalzano più di 10.000 montagne sottomarine. Le correnti che urtano i loro pendii portano in superficie nutrienti di cui si alimentano plancton, crostacei, pesci e cefalopodi. È un banchetto che attira 28 specie di cetacei.
Avvistare i soffi
A bordo del motocatamarano Physeter ciascuno dei dodici volontari ha un compito, che cambia ogni giorno: avvistare i soffi, misurare la temperatura dell’acqua, annotare posizione e numero degli animali, raccogliere feci di balena con il retino, fotografare. Le giornate in mare durano dalle cinque alle sette ore e non si rientra prima, nemmeno con il mal di mare. Il lavoro è bagnato, freddo e faticoso. Eppure senza quegli occhi e quelle mani in più la ricerca procederebbe a stento, e qualche errore dei dilettanti è messo in conto.

Una strage di capodogli
Le Azzorre conoscono bene la ricerca delle balene. Tra il 1896 e il 1949 vi furono uccisi 12.000 capodogli, animali fino a 60 tonnellate, ricercati per lo spermaceti destinato a candele, farmaci, cosmetici e lubrificanti di precisione. Dalle torrette costiere, le vigias, le vedette riconoscevano la specie dall’altezza e dall’angolo del soffio. L’ultimo capodoglio fu ucciso a Pico il 10 settembre 1987. Oggi le stesse vedette guidano via radio ricercatori e operatori turistici.
Dopo sei giorni, 752 chilometri e 36 ore di navigazione, il bilancio conta otto specie: oltre 400 delfini comuni, quattro megattere, una balenottera azzurra, due rari zifi e 69 capodogli, tra cui alcune vecchie conoscenze.