(Abc) Uno studio pubblicato sul “British Journal of Ophthalmology” su una banca dati di 165 milioni di persone associa i farmaci anticolesterolo a un rischio di glaucoma inferiore del 15%. Nei pazienti già malati, il ricorso alla chirurgia cala del 36%. Le pillole contro il colesterolo potrebbero così proteggere il nervo ottico e rallentare una delle principali cause di cecità irreversibile.
Sono i farmaci più prescritti al mondo per tenere sotto controllo il colesterolo e proteggere le arterie. Ora le statine potrebbero rivelarsi un argine inatteso contro il glaucoma, una delle principali cause di cecità irreversibile. Secondo una ricerca pubblicata sul “British Journal of Ophthalmology”, chi le assume non solo ha meno probabilità di sviluppare la malattia, ma ne vede anche rallentare la progressione, con un minore bisogno di interventi chirurgici o di terapie più aggressive per controllare la pressione intraoculare.
Con il termine glaucoma si indica un insieme di patologie che danneggiano in modo progressivo e permanente il nervo ottico, spesso a causa di una pressione elevata all’interno dell’occhio. Da anni alcuni indizi facevano pensare che le statine, nate esclusivamente per regolare i lipidi nel sangue, potessero anche prevenire o rallentare la morte dei neuroni.
Sul loro ruolo nella salute dell’occhio, però, mancavano prove solide. Per colmare questa lacuna, i ricercatori hanno analizzato una banca dati internazionale con 165 milioni di persone, confrontando oltre 210.000 utilizzatori di statine con un gruppo di controllo equivalente che non le aveva mai assunte.

Il legame emerso è netto
L’uso delle statine è risultato associato a un rischio inferiore del 15% di sviluppare il glaucoma ad angolo aperto, la forma più diffusa. Il dato più sorprendente riguarda però i pazienti già malati: oltre 30.000 persone con glaucoma in terapia con statine, messe a confronto con circa 250.000 malati che non le assumevano. In questo gruppo i farmaci hanno agito come un freno al peggioramento clinico.
Quando la malattia avanza, gli oftalmologi devono di solito intensificare le cure, passando dai colliri a procedure più invasive. A cinque anni, l’assunzione di statine è stata associata a una riduzione del 36% del rischio di chirurgia per il glaucoma, che sale al 55% per gli interventi mininvasivi di drenaggio dell’umore acqueo. Il beneficio si estende al laser, con un calo del 60% nella probabilità di ricorrere alla trabeculoplastica laser selettiva, e alla terapia quotidiana, con il 12% di pazienti in meno costretti a usare colliri ipotensivi in modo continuativo. Un controllo a dieci anni ha confermato che l’effetto protettivo resta nel tempo.

Invito alla cautela
Nonostante la forza dei numeri, i ricercatori invitano alla cautela. Trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto. Il registro, inoltre, non riporta le misurazioni individuali della pressione oculare né i dettagli degli interventi.
Per questo non si può sapere se alcune operazioni siano dipese da una scarsa aderenza alle cure o da un rapido aggravamento della malattia. Il passo successivo saranno gli studi clinici prospettici e randomizzati. Solo così si potrà capire se le statine potranno un giorno essere prescritte anche per proteggere la vista.