(El Pais) Viaggio nella città di «Parthenope», tra splendori e malinconie. Da via Partenope alle ville di Posillipo, un itinerario sulle tracce del film più personale del regista premio Oscar. Una città caotica ed elegante, decadente e sacra, che non lascia mai indifferenti. Luoghi dove passato e presente camminano ancora fianco a fianco.
Napoli si può amare o detestare, ma difficilmente lascia indifferenti. Caotica ed elegante, bella e decadente, sensuale e sacra: così la racconta Paolo Sorrentino in “Parthenope” (2024), il suo film più personale. Il regista premio Oscar per “La grande bellezza” segue la vita di una donna nata negli anni Cinquanta, interpretata da Celeste Dalla Porta, che porta il nome antico della città. È il nome della sirena il cui culto, spiegano le guide locali, era diffuso nella zona prima che i coloni greci di Cuma fondassero, nell’VIII secolo a.C., un primo piccolo nucleo tra l’isolotto di Castel dell’Ovo e il monte Echia.
Non a caso, ancora oggi i napoletani si dicono partenopei. Seguire la protagonista significa ripercorrere la Napoli magnetica e aristocratica degli anni Sessanta e Settanta. Fu allora che l’antica capitale del più grande regno della penisola preunitaria si guadagnò la fama di capitale della dolce vita, tra star internazionali, un’alta moda appena nata e una vita notturna raffinata.
Il punto di partenza
Tutto ha inizio al civico 48 di via Partenope, dove dal 1908 l’edificio liberty dell’Hotel Eurostars Excelsior guarda il golfo. Il direttore, Gianni Ricci, alla guida dal 2007, ci è letteralmente nato: la madre lavorava lì come stiratrice e le si ruppero le acque durante il turno, mentre il padre fu concierge dell’albergo dal 1954 al 2007. «C’è stato un tempo in cui tutto ciò che accadeva a Napoli accadeva all’Excelsior», racconta Ricci.

Nella hall, le fotografie ricordano un pranzo in onore di Theodore Roosevelt nel 1909. Tra gli ospiti illustri ci sono stati Oscar Wilde e Sophia Loren, mentre le sale dell’hotel sono comparse nei film di Rossellini e De Sica. Proprio in via Partenope Sorrentino ha girato la scena finale del suo film.
Da qui si apre il lungomare, con il Vesuvio sullo sfondo e Castel dell’Ovo adagiato sull’isolotto di Megaride. Più a ovest, la collina di Posillipo, costellata di ville affacciate sul mare, era il rifugio dell’alta società: è qui che il regista colloca la villa in cui nasce la sua protagonista. Scendendo verso Marechiaro si incontra la «fenestella», la piccola finestra che ispirò la celebre serenata di Tosti.

Storica galleria
Nel centro storico, accanto a piazza del Plebiscito, sorge la Galleria Umberto I. Costruita con il Risanamento tra Otto e Novecento, è ancora oggi un luogo d’incontro, come ai tempi della Belle Époque, e si trova a pochi passi dal Teatro San Carlo, attivo senza interruzioni dal 1737. Sul Vomero, la certosa di San Martino custodisce una delle più famose collezioni di presepi, mentre da Castel Sant’Elmo la vista abbraccia la città a 360 gradi.

Il viaggio si chiude a Bagnoli, tra barche di pescatori e l’isolotto di Nisida. Qui, al ristorante Cicciotto, nato nel 1942, il novantenne Vincenzo Capuano passa di tavolo in tavolo cantando canzoni napoletane. È un finale da cinema per quel grande film ancora incompiuto che è Napoli.