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Velate anche online

Posted on 29 Ottobre 202628 Ottobre 2026 by Paolo Bonanni

(mynewsroom.it) Il regime di Kabul vieta alle donne di pubblicare sulle piattaforme digitali. Per molte era l’ultima fonte di reddito rimasta. Arresti, interrogatori e notti in cella per qualche foto su Instagram. In Afghanistan la repressione passa anche attraverso le famiglie.

A denunciarla ai talebani è stata la sua stessa famiglia. Somaiya, 26 anni, pubblicava su Instagram foto e video della sua vita quotidiana, alternati a pubblicità retribuite per i negozi della zona. Convocata dal ministero per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio, sperava di cavarsela con un ammonimento. È stata invece interrogata e rinchiusa nel carcere femminile di Herat.

Durante l’interrogatorio ha scoperto che erano stati alcuni parenti a segnalarla, e che qualcuno di loro avrebbe voluto vederla in prigione per anni. «Ho supplicato, ma mi hanno messa in cella», racconta. Ci è rimasta 72 ore, poi è stata costretta a rinunciare per iscritto a ogni attività sui social. Eppure era sempre stata prudente: mai senza un velo rigoroso, mai un commento che potesse metterla nei guai. Dietro la denuncia intravede il ghairat, il concetto di onore familiare legato alla «protezione» delle donne. Per lei, solo un pretesto.

Il nuovo divieto talebano, che impedisce alle afghane qualsiasi pubblicazione online, colpisce uno degli ultimi spazi rimasti. Da quando il regime ha escluso le donne dalla maggior parte delle professioni, i social sono diventati per molte l’unico reddito, per altre l’unico affaccio su un mondo che non possono più vedere con i propri occhi.

Volto integralmente coperto

Aliya, 18 anni, contava circa 60.000 follower e guadagnava promuovendo ristoranti e negozi d’abbigliamento di Herat. È stata fermata mentre girava un video in città, portata negli uffici del ministero per le impronte digitali e poi in carcere. Le hanno spiegato che, anche con la mascherina, lavorare era inammissibile: una legge recente impone alle donne di Herat di coprire integralmente il volto in pubblico.

A renderla un bersaglio era stato un video diventato virale, in cui preparava una torta per la festa del papà a casa dei genitori. Ha trascorso tre notti in cella, senza riuscire nemmeno a ricordare i volti della madre e del padre. È uscita in cambio dell’impegno a lasciare i social.

A Herat la repressione più dura

Città di forte identità sciita ed ex roccaforte progressista, Herat ha subito una delle repressioni più dure dal ritorno dei talebani al potere, cinque anni fa. Alcuni mesi fa decine di donne sono state arrestate per presunte violazioni del codice di abbigliamento, e le proteste che ne sono seguite sono state soffocate con la forza.

Ma la stretta riguarda anche Kabul. Soraiya, 27 anni, vendeva online biancheria femminile usando immagini generate dall’intelligenza artificiale. Un giorno una cliente le ha chiesto di ritirare l’ordine di persona; meno di un’ora dopo aver ricevuto l’indirizzo, due talebani bussavano alla porta. Hanno portato via il padre, accusandolo di non avere onore, e lo hanno costretto a promettere che la figlia avrebbe smesso. Tornato a casa, lui le ha ordinato di cancellare tutto. Oggi Soraiya ha un profilo privato, ma vive nella paura: dice di aver perso ogni speranza.

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MyNewsRoom è redatto da Paolo Bonanni. Dopo 13 anni al Giornale di Montanelli il passaggio ai periodici con le direzioni di Forza 7, Sport Club, Film Tv, Max Italia (pro tempore anche Max Francia e Max Grecia), Fit for Fun, Capital e GQ.

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