(mynewsroom.it) In quindici anni la Svezia ha quasi triplicato le importazioni di rifiuti destinati agli inceneritori. Un affare sul piano energetico, meno per il clima e per il riciclo. Dalla Norvegia all’Italia, milioni di tonnellate di scarti alimentano il teleriscaldamento svedese. Ma la plastica bruciata pesa sempre di più sulle emissioni del Paese.
La Svezia è da tempo un modello nella raccolta differenziata e nel riciclo. Eppure i suoi impianti di teleriscaldamento hanno bisogno di un combustibile che gli svedesi, da soli, non producono più a sufficienza: i rifiuti. Per questo il Paese ne importa sempre di più. Secondo l’Agenzia svedese per la protezione dell’ambiente, tra il 2010 e il 2024 gli arrivi sono cresciuti del 189 per cento, da 1,34 a 3,86 milioni di tonnellate l’anno. Arrivano soprattutto da Norvegia, Regno Unito e Italia, e quasi tutto finisce negli inceneritori.
A Uppsala, a nord di Stoccolma, il “Blocco 5” della compagnia elettrica pubblica Vattenfall lavora senza sosta, anche d’estate. Una gru preleva sei tonnellate di rifiuti alla volta e alimenta una camera di combustione mantenuta intorno ai mille gradi.
L’impianto copre il 90% del teleriscaldamento cittadino, e il 46% dei rifiuti trattati viene dall’estero. Anders Pettersson, tra i responsabili del sito, preferisce parlare di servizi di incenerimento offerti a Paesi privi di impianti altrettanto avanzati.

Radici antiche
Le radici di questa scelta risalgono agli anni Cinquanta e Sessanta. Allora molte città costruirono reti di teleriscaldamento alimentate a gasolio e carbone. Dopo la crisi petrolifera il Paese passò alla bioenergia da legno e rifiuti, spinto anche dalle direttive europee contro le discariche. Oggi la necessità degli altri Paesi di chiudere le proprie discariche, fonti di metano, garantisce alla Svezia un flusso costante di materia prima.
Questo è un affare per tutti. I comuni vengono pagati per smaltire e i cittadini ottengono calore ed elettricità a basso costo. Gran parte di quei rifiuti è però plastica derivata dal petrolio, e bruciarla emette CO₂. L’incenerimento genera già l’8 per cento delle emissioni nazionali, una quota in crescita. Più inceneritori si costruiscono, meno incentivi restano per riciclare.

Le emissioni hanno un prezzo
La Svezia è tra i pochi Paesi ad aver incluso l’incenerimento nel sistema di scambio delle quote, a circa 67 euro per tonnellata di CO₂. Un costo un tempo scaricato sulle bollette, che ora pesa sulle tariffe di conferimento della plastica.
L’alternativa è la discarica, dove i rifiuti producono CO₂ e metano. Molto di quel materiale potrebbe essere riciclato. L’obiettivo resta il riuso completo, ancora lontano soprattutto per la plastica: il bilancio energetico regge: i rifiuti contengono almeno quindici volte l’energia spesa per trasportarli.
Resta l’incognita delle ceneri, che trattengono sostanze tossiche. Da quelle pesanti si recupera oggi il 6-8 per cento di metalli. Quelle volanti contengono oltre un quarto di sali utili all’industria.