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Vivaldi al fronte: la guerra ruba i nomi alla musica

Posted on 26 Ottobre 202626 Ottobre 2026 by Paolo Bonanni

(Die Presse) Dal Gruppo Wagner all’Operazione Vivaldi, il conflitto in Ucraina attinge al repertorio classico per battezzare milizie e offensive. Un’abitudine che affonda le radici nel militarismo tedesco. Dal 1917 gli eserciti prendono in prestito opere e sinfonie per i loro nomi in codice. Ma la musica ha saputo farsi anche messaggio politico disarmato, come a un checkpoint israeliano nel 2011.

“Vivaldi” è tornato a riscuotere successo, ma non nelle sale da concerto. È il nome scelto dalle forze armate ucraine per un’operazione avviata all’inizio dell’estate e condotta con droni, guerra elettronica e piccole squadre d’assalto. Articolata in quattro fasi, come le stagioni del celebre ciclo del compositore, è stata resa nota a settembre e si trova ora nella terza, quella autunnale.

In questo gioco di denominazioni la storia della musica procede a ritroso: prima Wagner, poi Vivaldi. Tutto comincia con Dmitri Utkin, veterano russo delle guerre cecene, neonazista e ammiratore di Hitler, il cui nome di battaglia passò alla compagnia di mercenari poi impiegata in una guerra che Vladimir Putin ha presentato come lotta al neonazismo ucraino.

Dopo l’invasione del 2022 un ex ufficiale dei Marines statunitensi rispose fondando il Gruppo Mozart, formazione paramilitare occidentale attiva al fianco di Kiev. La contrapposizione gioca sugli stereotipi: l’agilità luminosa di Mozart contro la gravità cupa del dramma wagneriano. Vivaldi si iscrive nello stesso registro.

L’eredità tedesca

Fu lo stato maggiore del Reich, nel 1917, a usare in modo sistematico nomi di copertura per i grandi movimenti di truppe, resi necessari dalla diffusione di telegrafo e radio. Li caricò di significati eroici a beneficio di soldati ormai logori: Achille, San Michele, Valchiria. Nella Seconda guerra mondiale il richiamo all’opera si fece esplicito: “Colpo di timpano” per l’attacco dei sommergibili alla costa orientale americana, “Carmen” contro l’industria pesante sovietica, “Aida” in Nord Africa. E “Flauto magico”, proprio l’opera sul trionfo della luce sulle tenebre, per l’azione contro i resistenti nella Minsk occupata.

Britannici e americani preferivano il pragmatismo delle denominazioni arbitrarie: negli Stati Uniti dapprima colori, poi sostantivi e aggettivi estratti a caso da lunghi elenchi. Eppure anche loro cedettero alla tentazione. “Bolero”, dal brano di Ravel, designò il progressivo accumulo di uomini e mezzi in Gran Bretagna in vista dello sbarco in Normandia.

La V di Beethoven

I sovietici chiamarono “Concerto” l’azione coordinata dei partigiani che dal 19 settembre 1943 fecero esplodere migliaia di cariche lungo le linee di rifornimento tedesche. E la V di Victory, simbolo della resistenza al nazismo, deve molto a Beethoven: in alfabeto Morse la lettera corrisponde alle quattro note che aprono la Quinta sinfonia.

Di tutt’altra natura fu l'”Operazione Mozart” del 2011. I giovani dell’orchestra palestinese Al Kamandjati, guidati dal pianista e direttore americano Jason Crompton, montarono a sorpresa i leggii al checkpoint militare israeliano di Qalandia, tra grate d’acciaio, torrette e scanner. Lì suonarono Mozart e Bizet davanti a soldati e civili in attesa. Un messaggio politico anch’esso, ma senza violenza.

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MyNewsRoom è redatto da Paolo Bonanni. Dopo 13 anni al Giornale di Montanelli il passaggio ai periodici con le direzioni di Forza 7, Sport Club, Film Tv, Max Italia (pro tempore anche Max Francia e Max Grecia), Fit for Fun, Capital e GQ.

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