(New York Times) Il critico Eric Asimov invita a liberare il vino dall’aura elitaria costruita da decenni di gergo tecnico e marketing. Al centro va rimessa la sua natura originaria di bevanda che unisce. Niente note di fieno greco né ansia da carta dei vini: bere bene è un piacere accessibile a tutti. Basta affidarsi a un buon enotecario e bere con consapevolezza.
Il vino nasce per essere condiviso. Una bottiglia stappata e versata nei bicchieri scalda l’atmosfera, soprattutto a tavola. È da qui che parte Eric Asimov, critico enologico del New York Times: in ogni cultura spezzare il pane e bere insieme costruisce legami. Il vino scioglie le inibizioni, accompagna la conversazione e, più che diventarne l’argomento, la stimola. Da secoli è presente a pranzi e feste, nascite e funerali, matrimoni e riconciliazioni, senza distinzioni di classe, istruzione o fede.
Eppure, lungo il percorso, il vino è diventato anche un elemento di divisione. Lo si associa a snob e prezzi proibitivi, e chi non ne padroneggia il linguaggio rischia di sentirsi escluso. Ma non è colpa della bevanda. È un’invenzione umana, alimentata da chi ha voluto elevare alcuni a spese di altri.
Come molti beni materiali, il vino si è trasformato in un simbolo di successo economico e sociale, e l’industria lo ha presentato come emblema di una vita agiata. Le descrizioni sensoriali sempre più esoteriche, utili ai professionisti, hanno finito per suggerire al grande pubblico che chi non sa degustare così stia sbagliando. Competenza, abbinamenti e degustazioni alla cieca sono stati messi davanti all’emozione e al piacere.

Un clima di intimidazione
Sono fioriti manuali per scegliere il «vino giusto» e formule per evitare figuracce, mentre al ristorante molti ordinano la seconda bottiglia più economica per non sembrare né tirchi né sprovveduti. Ne è nato un risentimento che il populismo ha cavalcato: il vino è stato associato all’élite, e nessun politico oserebbe roteare un calice in pubblico.
Spogliato di questi pesi, il vino resta una bevanda buona, capace di dissetare e rallegrare, ma anche di appassionare chi vuole approfondirne le sfumature. Come per la musica, si può tenerlo in sottofondo o dedicargli tutta l’attenzione. Nelle regioni vinicole tradizionali si beveva semplicemente il vino locale, comprato sfuso alla cantina sociale. La figura del conoscitore è nata invece tra chi poteva permettersi di scegliere, come l’aristocrazia inglese.

Il ruolo dell’enoteca
Oggi la scelta tocca a tutti, ma pochi aspirano a diventare esperti. Si suggerisce di rivolgersi a un’enoteca di fiducia anziché al supermercato. Conviene dichiarare budget e occasione, perché il rapporto umano, scrive, vale più di un’app o dell’intelligenza artificiale. Il vino va considerato anche come un alimento: chi bada al biologico dovrebbe chiedere come sono state coltivate le uve.
Non si nascondono i rischi dell’alcol, soprattutto per chi eccede o ha una storia familiare di dipendenza. Pur ritenendo che un consumo moderato possa rientrare in uno stile di vita sano, occorre tenere conto delle avvertenze sanitarie. La conclusione resta però netta: il vino non appartiene alle élite, è la bevanda di tutti.