(Bbc) Sensori al braccio e diete senza carboidrati conquistano anche chi è sano. Ma gli esperti frenano: l’aumento degli zuccheri nel sangue dopo mangiato è una risposta fisiologica. Per chi non ha il diabete mancano prove che il monitoraggio continuo della glicemia migliori la salute. Più utile, secondo i ricercatori, una dieta equilibrata con meno zuccheri aggiunti.
Negli ultimi anni è diventato comune vedere persone in buona salute indossare sensori per controllare la glicemia durante la giornata, mentre altre hanno eliminato del tutto pane bianco e pasta. A spingere la tendenza sono autori, podcaster e influencer del benessere, secondo i quali ogni picco di zuccheri nel sangue aprirebbe la strada a squilibri ormonali, acne e sbalzi d’umore, anche in assenza di malattie metaboliche. Una tesi che diversi specialisti stanno ora ridimensionando.
Il meccanismo è noto. Carboidrati e zuccheri vengono scomposti in glucosio, che passa nel sangue; il pancreas risponde rilasciando insulina, l’ormone che lo trasferisce alle cellule come fonte di energia. Non è solo il cibo a far salire i valori: durante uno sforzo intenso l’adrenalina induce il fegato a liberare glucosio per alimentare i muscoli. Diverso il caso di chi ha il diabete, il cui organismo non produce abbastanza insulina o non la utilizza correttamente: per questi pazienti il controllo di dieta, attività fisica e glicemia resta indispensabile.

Un rialzo anche “normale”
Nelle persone sane il rialzo dopo i pasti è normale. Il malinteso più diffuso è credere che “ogni picco glicemico sia dannoso”. Il valore massimo si raggiunge in genere a un’ora dal pasto e rientra nelle due successive. A meritare attenzione è piuttosto una glicemia che resta alta più a lungo del previsto, possibile segnale di insulino-resistenza, condizione che può evolvere in prediabete e diabete di tipo 2. Sul nesso causale, però, non c’è unanimità: il fattore di rischio potrebbe essere l’aumento di peso dovuto alle calorie in eccesso, più che il glucosio in sé.

Fidarsi dei sensori
Cautela anche sui sensori per il monitoraggio continuo, nati per i diabetici e oggi venduti a un pubblico ben più ampio. Uno studio su soggetti non diabetici ha rilevato valori nella norma per il 96% del tempo, e una revisione non ha trovato prove solide di benefici per chi non ha la malattia. C’è poi chi teme che i dispositivi, talvolta inclini a sovrastimare i valori, inducano a cambiamenti alimentari dannosi. Un’eccezione potrebbe riguardare le persone a rischio di diabete di tipo 2, ma servono altri dati.
Ciò non significa che la stabilità glicemica sia irrilevante. Un calo brusco dopo il pasto può aumentare la fame e l’apporto calorico complessivo. Cereali integrali e proteine saziano più a lungo dei carboidrati semplici, e mangiare verdure e proteine prima dei carboidrati attenua il rialzo successivo.
Le risposte variano da individuo a individuo e, nella stessa persona, secondo sonno, stress e attività fisica. Eliminare i carboidrati può invece rivelarsi controproducente: dopo un periodo di restrizione, avverte Guess, la glicemia sale più del normale. La conclusione è più prosaica: la maggior parte di noi consuma troppi zuccheri aggiunti, ed è da lì che conviene cominciare.