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L’anestesia cambia il nostro cervello

Posted on 22 Ottobre 202622 Ottobre 2026 by Paolo Bonanni

(Bbc) Usati in oltre 350 milioni di interventi l’anno, gli anestetici generali restano in parte un enigma. Studiarli offre però indizi preziosi sull’origine della coscienza. Dal talamo a un possibile “terzo stato” tra veglia e sonno, la ricerca indaga che cosa accade quando la mente si spegne. Le risposte definitive, ammettono gli scienziati, sono ancora lontane.

Nel 1797 l’ammiraglio Horatio Nelson subì l’amputazione del braccio destro e, secondo la leggenda, ebbe come unico sollievo un sorso di rum. Per gran parte della storia la chirurgia si è praticata su pazienti svegli, finché nel 1846 l’introduzione dell’anestesia generale ha permesso di sospendere a comando la coscienza. Oggi gli interventi eseguiti così superano i 350 milioni l’anno, eppure il meccanismo con cui questi farmaci addormentano resta in parte oscuro.

Le sostanze capaci di indurre l’incoscienza sono numerose e chimicamente molto diverse: si va da gas in apparenza inerti come lo xeno, poco usato nella pratica, al propofol, il più diffuso. Tutte, però, ostacolano la comunicazione tra le cellule nervose, e le risonanze magnetiche mostrano un calo generalizzato dell’attività cerebrale. Resta da capire se serva lo spegnimento dell’intero cervello o se alcune aree contino più di altre.

Nick Franks, docente di biofisica e anestesia all’Imperial College di Londra, osserva che il cervello è così interconnesso da rendere difficile individuare l’innesco. Alcune regioni, tuttavia, cedono per prime. Tra queste c’è il talamo, snodo centrale tra le diverse aree e decisivo per il sonno: stimolandone una porzione precisa si può risvegliare un animale anestetizzato e, in alcuni casi, una persona in coma. L’ipotesi è che gli anestetici “dirottino” i circuiti naturali del sonno, ma servono altri studi. Altri ricercatori guardano invece alla corteccia cerebrale, o ai lobi frontale e parietale.

C’è chi ipotizza uno stato intermedio

Circa un paziente su 15mila ricorda frammenti dell’operazione. Jaideep Pandit, anestesista degli ospedali universitari di Oxford, ha somministrato anestetico e miorilassante isolando però l’avambraccio con un laccio emostatico, così da lasciarlo libero di muoversi. Un terzo dei pazienti stringeva a comando le dita dello sperimentatore, pur senza mostrare segni di veglia o di dolore: è l’indizio di un “terzo stato” tra coscienza e incoscienza.

L’anestesia è anche uno strumento per affrontare il cosiddetto “problema difficile” della coscienza. Andrea Luppi, neuroscienziato dell’Università di Cambridge, ha studiato con la risonanza funzionale la connettività tra le aree cerebrali, che in condizioni normali è così individuale da funzionare come un’impronta digitale.

Analogie con i primati

Sotto anestesia i cervelli diventano più simili tra loro, e persino meno distinguibili da quelli di altri primati: segno che le regioni più colpite sarebbero le più recenti sul piano evolutivo. Le aree non direttamente collegate smettono di dialogare e l’attività cerebrale, procede senza una guida. In questa lettura la coscienza non avrebbe una sede unica, ma emergerebbe dal coordinamento di una rete. Gli psichedelici, al contrario, sembrano aprire nuovi canali di comunicazione. Le certezze restano poche.

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MyNewsRoom è redatto da Paolo Bonanni. Dopo 13 anni al Giornale di Montanelli il passaggio ai periodici con le direzioni di Forza 7, Sport Club, Film Tv, Max Italia (pro tempore anche Max Francia e Max Grecia), Fit for Fun, Capital e GQ.

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