(Neue Zurcher Zeitung) Dagli allarmi della Silicon Valley all’Apocalisse di Giovanni, duemila anni di attese della fine. L’intelligenza artificiale è solo l’ultima candidata a sterminare l’umanità: i timori di oggi sono fondati, ma non annunciano alcuna fine dei tempi.
Gli ultimi allarmi arrivano dai vertici stessi dei colossi tecnologici californiani: l’intelligenza artificiale potrebbe cancellare l’umanità in tempi brevi. Non c’è nulla di inedito perché ogni generazione, osserva, ha il suo repertorio di terrori. Oggi l’IA compete con il riscaldamento globale e con lo scenario nucleare evocato da Vladimir Putin. Ieri toccava alle piogge acide, al buco dell’ozono e all’Aids, prima ancora alla crisi di Cuba, e nel 1910 ai gas letali attribuiti alla cometa di Halley.
La causa è culturale. La mitologia greca non conosceva una fine del tempo. Per i filosofi antichi la Terra era eterna, soggetta a cicli di distruzione e rinascita, e Roma si credeva fatta per durare per sempre. È il cristianesimo a introdurre un tempo terreno limitato, chiuso dal Giudizio universale e legato a una profonda coscienza del peccato. La promessa del regno millenario contenuta nell’Apocalisse aggiunse alla paura la speranza di chi si riteneva tra gli eletti.

Ne nacque una lunga stagione di presagi e di calcoli: Isaac Newton indicò il 2060, i seguaci di Nostradamus il 1999. A Firenze Savonarola predicò penitenza e riforma dei costumi in vista del 1500, e finì giustiziato come falso profeta. L’idea millenaristica, secondo l’autore, sopravvive nel marxismo e nella sua società senza classi.
Un’impronta religiosa
Anche il dibattito odierno conserverebbe quell’impronta religiosa. Gli scenari apocalittici restano quasi tutti di origine umana, ma al posto del peccato è subentrata la decisione politica sbagliata, che accelera la catastrofe invece di evitarla. Diverso il caso di Leonardo da Vinci, che disegnò la fine dell’umanità con una certa soddisfazione, convinto che l’uomo fosse la creatura più distruttiva del pianeta.

Peste, guerre di religione e totalitarismi
La paura è una forza produttiva. Dal timore delle forze della natura sarebbe nata la scienza, dalla crisi della Chiesa le Riforme, dall’orrore per il fanatismo l’Illuminismo. Non sempre la caccia alle streghe dimostra il contrario. L’angoscia della fine sarebbe un fenomeno europeo, legato al bisogno di suddividere il tempo in epoche anziché pensarlo come ciclo.
Decisivo è trasformare la paura in riflessione fredda. Lo stato del mondo è per molti aspetti cattivo, ma lo è sempre stato, e spesso è stato peggiore. I timori del presente, per quanto giustificati, non indicano la fine del mondo: spingeranno piuttosto l’umanità a cercare insieme soluzioni.