(Le Monde) Rimasta a lungo all’ombra di Praga, Vienna e Budapest, la capitale slovacca ha ritrovato il suo passato asburgico senza cancellare le tracce del socialismo. Due giorni bastano per attraversarne i secoli, dalla cattedrale delle incoronazioni al museo adagiato sul Danubio, un itinerario tra castelli, prefabbricati colorati e un disco volante sospeso sul fiume.
Tra le capitali della Mitteleuropa è probabilmente la meno conosciuta, schiacciata dal prestigio di Praga, Vienna e Budapest. Eppure, dal “divorzio di velluto” del 1992, Bratislava ha restituito lustro al suo centro storico e lascia emergere le influenze che l’hanno plasmata, dagli Asburgo all’epoca comunista.

Sabato
Il percorso comincia dalla cattedrale gotica di San Martino. Per tre secoli, quando la città si chiamava Presburgo ed era capitale del regno d’Ungheria, vi furono incoronati dieci sovrani asburgici e una regina, Maria Teresa d’Austria, nel 1741. Sul selciato, 178 corone dorate ricordano il tragitto del corteo.

Poco sopra si alza il castello, che con le sue quattro torri somiglia a un tavolo rovesciato: costruito nel XII secolo, devastato da un incendio nel 1811 e restaurato un secolo e mezzo più tardi, vale soprattutto per il panorama. Scendendo si incontra la porta di San Michele, l’unica superstite della cinta medievale.
Venti minuti di autobus portano al castello di Devín, in rovina dal passaggio delle truppe napoleoniche nel 1809. Sorge alla confluenza tra Danubio e Morava, confine naturale con l’Austria. Ai suoi piedi, un memoriale crivellato di colpi ricorda le centinaia di cecoslovacchi morti nel tentativo di oltrepassare la cortina di ferro.

Di ritorno nella città vecchia, la piazza principale offre la torre dell’antico municipio, del 1325, in cui è ancora conficcata una palla di cannone della Grande Armée. Accanto c’è il palazzo primaziale, dove nel 1805 fu firmato il trattato di Presburgo.

La città coltiva anche il gusto per le statue insolite, come Čumil, l’operaio che sbuca da un tombino. Poco lontano si trova la «chiesa blu» di Santa Elisabetta, gioiello Art nouveau del 1913. La sera, i locali ai piedi del castello servono birra, acquavite di ginepro e Kofola, la cola locale nata nel 1960.

Domenica
Poi c’è la Bratislava dell’era socialista. Oltre il fiume, Petržalka ospita il più grande complesso di prefabbricati dell’Europa centrale, costruito tra il 1973 e il 1989. Gli stessi abitanti lo chiamano «gabbie per conigli» o, nelle versioni colorate, «Lego».

Sulla riva opposta, il memoriale di Slavín custodisce le tombe di 7.000 soldati sovietici dell’Armata rossa, che liberò la città nel 1945. Sorprendono due architetture: la piramide rovesciata della sede della radio e il mercato coperto Nová Tržnica, del 1983, i cui tubi rossi gli sono valsi il soprannome di «Beaubourg slovacco».

A 25 chilometri a valle, vicino al confine ungherese, il Danubiana è un museo d’arte moderna ormeggiato sul fiume come un piroscafo. Espone artisti slovacchi e Andy Warhol, figlio di emigrati in Pennsylvania.

Il congedo è in cima all’UFO, l’osservatorio a forma di disco volante sopra il ponte SNP. Da lassù lo sguardo abbraccia il castello, i campanili, i boschi dei Piccoli Carpazi e, a sud, le pale eoliche che annunciano già l’Austria.
