(The Economist) Dall’Australia al Texas, la realtà virtuale mette in scena arresti cardiaci ed esperienze di pre-morte. Molti partecipanti ne escono più sereni, ma non tutti. Bastano dieci minuti con un visore per assistere alla propria fine e avere meno paura della morte. Gli studi registrano un calo dell’ansia, con eccezioni significative e un possibile impiego nella formazione dei medici.
La paura della morte non è soltanto un tormento privato. La tanatofobia è stata messa in relazione con comportamenti che vanno dall’accumulo di denaro alla dipendenza dal lavoro, e può perfino avverarsi da sola. L’ansia arriva a raddoppiare il rischio di morte nei pazienti cardiopatici e spinge altri a evitare gli esami di screening che permetterebbero di individuare un tumore in tempo.
Alcuni esperimenti provano ora a disinnescarla offrendo una sorta di prova generale. Nel 2023 la National Gallery of Victoria, in Australia, ha ospitato «Passing Electrical Storms», opera in realtà virtuale dell’artista Shaun Gladwell. Per dieci minuti i visitatori, distesi su un letto che vibrava al ritmo del loro battito, si vedevano attraverso un visore su un tavolo all’interno del museo.
Poi la simulazione prendeva il sopravvento: il cuore cedeva e i medici tentavano invano la rianimazione. Dopo la morte cerebrale lo spettatore si osservava lasciare il corpo, fluttuare nell’universo e infine rimpicciolire fino a entrare in cellule e atomi. Sei grandi ventilatori provvedevano alla sensazione di freddo.
La maggior parte dei partecipanti ha descritto un viaggio gradevole e molti ne sono usciti meno angosciati. Un volontario ha detto che, se morire fosse così semplice, ne sarebbe felice, e un altro ha paragonato l’esperienza allo yoga. Un terzo, cresciuto nella credenza dell’inferno, ha ammesso di sentirsi sollevato.

Una simulazione pre-morte
Uno studio distinto, condotto in Texas e apparso su Frontiers in Virtual Reality, ha sottoposto alcuni studenti a una simulazione di undici minuti di un’esperienza di pre-morte. Qui i volontari sopravvivevano, ma solo dopo aver assistito al proprio incidente d’auto, al coma, a tunnel di luce, paesaggi sereni e incontri immaginari con amici e familiari.
L’ansia da morte dichiarata è scesa in media del 18%. Secondo i ricercatori, ripetere il test con persone fragili, anziane o malate terminali potrebbe dare risultati più marcati. Il beneficio, però, non è stato universale: un quarto degli studenti si è detto più ansioso di prima e un terzo ne è uscito più stressato.

C’è poi la paura della morte altrui
Durante un’esercitazione clinica un supervisore è uscito dal copione e ha inscenato il decesso del paziente simulato, mentre gli studenti lo preparavano a un intervento all’intestino. Nessuno era stato avvertito, e nel colloquio successivo uno di loro ha raccontato di essere in preda a un attacco di panico e di temere di non meritare la laurea.
Secondo i ricercatori, interventi di questo tipo potrebbero comunque avere una loro utilità. Molti medici perderanno dei pazienti. Imparare a reggerne il peso emotivo in un contesto controllato, prima che accada in una vera sala operatoria.