(Wall Street Journal) Anelli e smartwatch misurano bene la durata del riposo, molto meno le sue fasi. La loro utilità dipende dal sapere quando fidarsi e quando ignorarli. Una causa legale contro Oura riapre il dibattito sull’affidabilità dei tracker del sonno. Secondo i medici restano strumenti utili, purché si guardi alle tendenze e non al singolo dato.
La promessa è allettante: basta indossare un dispositivo per ottenere dati che aiutano a dormire meglio, muoversi di più e ridurre lo stress. Non sempre, però, la promessa viene mantenuta. Lo sostiene Madison Surber, che a maggio ha acquistato un anello Oura e ha poi promosso una proposta di class action, accusando il dispositivo di non registrare in modo affidabile il tempo di sonno e la qualità del riposo.
La causa arriva in un momento delicato per l’azienda, valutata 11 miliardi di dollari e in procinto di quotarsi in Borsa. Nel documento depositato per l’offerta pubblica iniziale, la stessa Oura riconosce che eventuali misurazioni inaffidabili potrebbero danneggiarne la reputazione e allontanare i clienti.
Il cuore della contestazione riguarda la suddivisione del sonno in quattro fasi: veglia, sonno leggero, REM e sonno profondo. Si tratta di grafici comuni anche ad Apple Watch e Whoop. Oura ha pubblicizzato un’accuratezza del 95%, ma quel dato si riferisce solo alla distinzione tra sonno e veglia. Per le quattro fasi, i dati dell’azienda indicano una concordanza del 76-79 per cento con la polisonnografia clinica. Uno studio pubblicato su Nature nel 2025, citato nella causa, la colloca invece al 53%.
L’avvocata della ricorrente avverte che numeri imprecisi potrebbero spingere gli utenti a modificare abitudini o terapie. Il vicepresidente scientifico di Oura definisce lo studio importante ma ne sottolinea i limiti: anelli di misura inadatta, appena 45 partecipanti e hardware superato. Ricorda inoltre che nel 2023 l’azienda ha adottato un nuovo algoritmo di apprendimento automatico.

Il problema è strutturale
I dispositivi indossabili non leggono le onde cerebrali: deducono il sonno da segnali indiretti come movimento, flusso sanguigno e temperatura cutanea. Chi resta immobile con il battito in calo viene probabilmente classificato in sonno profondo, ma si tratta pur sempre di una stima. In una prova condotta dal “Wall Street Journal” l’anello ha registrato come sonno due ore di serie tv guardate a letto. Durante uno studio notturno alla Stanford Health Care, però, è stato l’unico dispositivo a misurare la frequenza cardiaca a riposo con la stessa precisione degli strumenti clinici.
Nemmeno il riferimento clinico è infallibile. Secondo Rafael Pelayo, docente a Stanford, due tecnici che analizzano la stessa notte possono discordare fino al 20%. Pelayo paragona i tracker a una bilancia: anche se il peso assoluto non è esatto, usando sempre la stessa si vedono le variazioni.

Il tempo totale di sonno è il dato più affidabile
Si raccomanda di curare la regolarità degli orari e di consultare un medico in caso di sonno cronicamente breve, risvegli frequenti o cali di ossigeno. Si consiglia anche di ignorare il punteggio quotidiano e, a chi diventa ansioso inseguendo il riposo perfetto, di smettere del tutto di monitorarsi.
È abbastanza affidabile la frequenza cardiaca a riposo, anche se il movimento intenso e le carnagioni più scure possono aumentare gli errori. Restano invece incerte le fasi REM e profonda. In attesa di sensori migliori la scelta più saggia è sapere quando non dare retta al proprio dispositivo.