(Guardian) Dai delfini australiani agli elefanti della savana, i ricercatori usano sempre più l’intelligenza artificiale. Molti però temono che il mito del traduttore universale finisca per distorcere la scienza. Tra premi in denaro e titoli a effetto, cresce l’attesa per una macchina capace di decifrare le voci degli animali. Chi li studia da decenni invita alla prudenza.
A Shark Bay, in Australia, il mare è immobile e il motore della barca è spento. Sotto la chiglia i delfini si scambiano fischi, schiocchi e ronzii. Stephanie King, dell’Università di Bristol, li ascolta da migliaia di ore: codirige lo Shark Bay Dolphin Research, uno dei più longevi progetti al mondo sui delfini in libertà. Come molti colleghi usa sempre più l’intelligenza artificiale e ne riconosce il potenziale, purché impiegata in modo responsabile. Ma alla domanda se un giorno l’IA ci farà “parlare delfinese” si irrigidisce: insistere su questo, dice, è un cattivo servizio agli animali.
Il problema non è la tecnologia ma la narrazione che la circonda. Titoli che annunciano l’imminente decifrazione dei linguaggi animali alimentano una dinamica poco sana: i fondi del settore tecnologico e l’attenzione dei media spingono gli scienziati verso annunci prematuri e toni sensazionalistici.

In realtà si sa pochissimo
I delfini percepiscono frequenze per noi inudibili, elaborano i suoni molto più in fretta e trattano le informazioni dell’ecolocalizzazione nell’area cerebrale legata al tatto, mentre nell’uomo è più coinvolta la vista. È un’esperienza forse inaccessibile, che nessun modello linguistico può restituire. Meglio capire che cosa quei segnali significhino per gli altri delfini anziché tentare di inserirsi nella conversazione.
Joyce Poole, tra le maggiori esperte di elefanti africani di savana, si dice esasperata dall’obiettivo di dialogare con gli animali: le basta comprenderli, senza interferire più del necessario. Spera però che dimostrarne la complessità comunicativa procuri loro più rispetto e un posto nel mondo.
È una speranza diffusa, in tempi di estinzioni e biodiversità in declino. L’IA è una via promettente per dare voce agli animali nelle decisioni che li riguardano, come la regolamentazione di un’area marina protetta. Non è più fantascienza, ma i benefici non si possono discutere senza i rischi.

I pericoli dell’uomo invasore
Lo scenario peggiore è quello in cui l’uomo interrompe a piacimento la vita degli animali per intrattenimento, con operatori di whale watching che usano l’IA per attirare i cetacei verso le barche. Il suo programma ha pubblicato linee guida etiche, la cui applicazione resta incerta.
C’è poi chi ridimensiona ritenendo eccessive le speculazioni in entrambi i sensi: riprodurre suoni registrati può stressare gli animali anche senza IA, e il trattamento loro riservato nella ricerca biomedica è ben più grave. L’entusiasmo è molto più avanti della scienza. Si teme un pregiudizio antropocentrico che limiti la comprensione, e il danno al settore quando la “macchina del dottor Dolittle” non si materializzerà.
Ogni risultato dell’IA va verificato sugli animali stessi, osservando quando, in quale contesto e con quali comportamenti emettono i loro richiami. È un lavoro lento e paziente sul campo, agli antipodi della fretta della Silicon Valley.