(The Observer) Profumo, medicina, afrodisiaco e condimento: il silfio era la pianta più ricercata dell’antica Roma. A cancellarlo non fu soltanto lo sfruttamento, ma l’alterazione del suo microclima. Per quasi duemila anni la sua scomparsa è rimasta un enigma. Oggi i ricercatori la leggono come un avvertimento per le colture da cui dipende la nostra alimentazione.
Tra i misteri dell’antica Roma, pochi sono affascinanti quanto quello del silfio. I Romani ne andavano pazzi e lo usavano in ogni modo: come profumo, come rimedio medicinale, come afrodisiaco e soprattutto come condimento, il laser, versato su quasi tutte le pietanze.
Il suo valore era tale che Giulio Cesare ne custodiva oltre mezza tonnellata nell’erario. Eppure, meno di un secolo dopo, la pianta era già scomparsa, e per quasi due millenni nessuno è riuscito a spiegare il perché.
Una risposta arriva ora da due ricercatori dell’Università del New Hampshire. La loro tesi è che il silfio sia stato la prima vittima di un cambiamento climatico provocato dall’uomo. La spiegazione tradizionale attribuisce l’estinzione alla raccolta eccessiva e al pascolo, dato che le pecore ne erano ghiotte e la loro carne ne guadagnava in pregio. La quantità raccolta conta poco: con un clima in trasformazione, la pianta sarebbe scomparsa comunque.

Il silfio, probabilmente una specie del genere Ferula, parente del finocchio e dell’assafetida, cresceva spontaneamente solo in una stretta fascia della Cirenaica, nell’attuale Libia, lunga circa 200 chilometri e larga una cinquantina, sul versante più arido e rivolto al mare dell’altopiano del Jebel al-Akhdar.
I Greci, che colonizzarono la regione intorno al 630 a.C., tentarono per secoli di coltivarlo senza successo, frustrati da una pianta che non attecchiva altrove. Le sue esigenze microclimatiche restavano incomprensibili.
Limiti alla raccolta
Le autorità di Cirene imposero limiti alla raccolta, segno che il declino era percepito. Ma le misure si rivelarono inutili. La ricchezza generata dalle esportazioni verso Roma, tanto importante da far coniare monete con l’effigie della pianta, alimentò l’espansione urbana. Greci e Romani, questi ultimi padroni della Cirenaica dal 90 a.C. circa, abbatterono le foreste per costruire case più grandi e ricavare terreni agricoli. La deforestazione modificò il regime delle piogge e accentuò l’erosione dei pendii dove cresceva il silfio, distruggendone l’habitat. In un certo senso fu proprio il suo valore a condannarlo.

La vicenda ha echi attuali
L’assafetida, resina ricavata da un’erba selvatica diffusa in Afghanistan e nei Paesi vicini e molto usata nella cucina indiana, vede il proprio territorio usato ridursi. Anche caffè, carote e riso sono esposti a rischi simili e l’umanità dipende da appena dieci o dodici specie per la maggior parte del proprio cibo. Per questo si raccolgono semi di specie selvatiche nelle banche dei semi: senza questa riserva genetica in futuro mancherebbe il materiale per nuovi incroci.