(Guardian) Un «lago» di botti invendute mette in crisi le distillerie scozzesi. Dopo quindici anni di boom, la domanda mondiale di scotch è crollata e molti alambicchi sono fermi. Tra dazi, scioperi e fallimenti, il settore confida che anche questa crisi sia passeggera. Per i veterani del settore è la fase bassa di un ciclo, non l’inizio del declino.
Nascosto nella campagna alle porte di Kirkcaldy, Cluny Bond è di fatto una piccola città costruita per custodire whisky. Quando gli ultimi magazzini saranno completati, sull’area di un’ex miniera di carbone a cielo aperto, il campus di 220 ettari della multinazionale Diageo potrà ospitare quasi tre milioni di botti. Quello spazio serve, perché lo scotch si accumula.
Dopo un boom di quindici anni, accelerato dalla pandemia, la domanda è scesa in tutto il mondo.
Molte distillerie scozzesi hanno sospeso la produzione per non alimentare il cosiddetto «whisky loch», l’equivalente dei laghi di vino. La settimana scorsa GlenWyvis, distilleria delle Highlands di proprietà della comunità locale, ha annunciato il ricorso all’amministrazione controllata. I lavoratori di Cameronbridge, il più grande impianto di Diageo, hanno scioperato contro il piano di tagliare centinaia di posti. Il gruppo, proprietario di Johnnie Walker, produce circa una bottiglia di scotch su tre nel mondo. Si dice inoltre che decine delle 156 distillerie attive in Scozia siano in vendita.

La prima crisi nel 2008
Lo scotch ha vissuto anni eccellenti dopo la crisi del 2008, ma i ritmi d’acquisto di allora sono finiti. Chi ha fatto scorta durante i lockdown ha bottiglie per due o tre anni, l’attenzione alla salute spinge a bere meno e i prezzi sono saliti molto.
Il mercato dell’export, che vale 5,36 miliardi di sterline, è per natura difficile da governare. La legge impone almeno tre anni di maturazione in botti di rovere in Scozia, e le etichette di pregio arrivano a quaranta, per cui programmare la produzione è una scommessa. A questo si sono aggiunti i dazi americani dell’aprile 2025, che hanno colpito le vendite negli Stati Uniti. Donald Trump li ha rimossi quest’anno, dopo la visita di Stato dei reali britannici alla Casa Bianca, ma il danno era già fatto.
La Francia, fino a poco fa primo mercato per volumi, è in calo, e la Cina non è mai decollata. L’India invece cresce con forza, senza però compensare le perdite altrove. Gli ottimisti notano un ritorno alla crescita nel primo semestre. La crisi non riguarda solo lo scotch. Secondo il “Financial Times”, i cinque maggiori produttori di alcolici quotati hanno in magazzino distillati in invecchiamento per la cifra record di 22 miliardi di dollari.

Solo le visite alle distillerie danno una mano
A Edimburgo anche gli alambicchi di rame della Holyrood Distillery sono fermi. Il cofondatore Rob Carpenter non sa quando ripartiranno e stima che il settore lavori a circa un terzo del livello normale. L’azienda regge grazie ai 40mila visitatori l’anno, che garantiscono circa metà dei ricavi. La gente non ha smesso di bere, osserva, ma è nervosa e cauta nello spendere per un bene di lusso.
Non è la prima volta. Negli anni Ottanta domanda debole e sovrapproduzione cronica portarono a una serie di chiusure. Oggi pochi vedono un cambiamento permanente. Dopo ogni flessione le vendite sono tornate più alte, e tra cinque anni, prevede, i produttori scopriranno di non averne abbastanza.