(mynewsroom.it) “Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio” vede Pitt nei panni di un ex soldato delle forze speciali. A contendergli la scena è Odino-Uber, il pastore tedesco che interpreta il suo cane da guerra. L’uomo e il suo animale, entrambi segnati dal combattimento, lottano contro la natura ostile dell’Alaska.
In “Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio” Brad Pitt interpreta James Belmont, ex militare delle forze speciali che si ritira in Alaska con armi, tatuaggi, alcol e il suo cane: il protagonista sembra a prima vista uscito dalla scuola di mascolinità americana cara al segretario alla Difesa Pete Hegseth. È un’impressione rafforzata dal modo in cui cura la propria cardiopatia cronica: aria aperta, aspirina e birra belga.
Presto però emerge la fragilità dei due protagonisti. James piange i compagni caduti e si è isolato al punto da non saper più gestire l’incontro con un essere umano non ostile. Odino, interpretato da un pastore tedesco neozelandese di nome Uber, ha una protesi a una zampa, soffre di stress post-traumatico e porta denti in titanio dopo essere stato colpito con un mattone. Li unisce un legame indissolubile, che il sonoro del film sottolinea con insistenza.

Tensione e momenti idilliaci
L’arrivo al campo sul lago avviene a bordo di un idrovolante sgangherato che cigola e sferraglia, e già lascia presagire il pericolo. Prima della tempesta ci sono però giorni quasi idilliaci, fatti di pesca, fuoco e lunghe partite a riporto. Il formato panoramico esalta il paesaggio e insieme suggerisce quanto sarebbe arduo attraversarlo con un cane disabile.
Il film è soprattutto un omaggio alla lealtà reciproca tra uomo e animale. Lo sceneggiatore esordiente Cameron Alexander introduce brevemente Watkins (JK Simmons), un anziano esploratore in canoa. Il suo compito è strappare qualche ricordo al taciturno James e lanciare un grave allarme meteo prima di ripartire.

Due essere uniti dalla lealtà reciproca
L’avvertimento sembra quasi superfluo, perché la prova del cane vale quanto un dialogo. I suoi sguardi preoccupati rivelano che l’ex soldato sta peggio di quanto sembri, e il suo latrato notturno segnala lupi e orsi nel buio della foresta. Anche Pitt convince: la critica ne loda lo stoicismo sobrio, che richiama il Robert Redford di «All Is Lost».
Il film non è privo di forzature: il cuore malato di James cede a sforzi minimi ma regge davanti a un grizzly di quasi tre metri. Resta comunque una storia di coraggio e sacrificio capace di colpire con inattesa forza emotiva.