(Le Point) Vata, pitta e kapha: tre forze che regolano equilibrio e squilibrio secondo un sapere millenario, oggi riscoperto in Occidente come chiave per comprendere anche i mali della modernità.
Poco conosciuta in Europa, l’ayurveda – letteralmente “scienza della vita” in sanscrito – è una delle discipline mediche più antiche dell’umanità. Nata dall’osservazione paziente della natura da parte dei rishi, i saggi indiani, e tramandata nei testi vedici, questa medicina tradizionale non separa il corpo dalla mente né l’individuo dal cosmo che lo circonda: tutto è connesso, interno ed esterno si rispecchiano continuamente.
Una branca dell’ayurveda è la swedana, un massaggio terapeutico a base di sudorazione interna. Il trattamento prevede l’uso di sacchetti caldi imbevuti di un’infusione di decine di erbe officinali, a loro volta immersi in un olio riscaldato altrettanto ricco di componenti vegetali. Applicata sul corpo disteso su un lettino, questa tecnica allevia dolori articolari e nevralgici, sia cronici sia acuti, ed elimina tossine accumulate.
Una cura completa richiederebbe sedute quotidiane per dieci, quindici o ventuno giorni consecutivi: un impegno ben diverso dalla sessione singola concessa a un giornalista in visita. La swedana risulta meno invasiva del panchakarma, la purificazione profonda che agisce attraverso quattro vie – vomito, purga, clistere o pulizia nasale (nasya) – a seconda dell’elemento in eccesso da riequilibrare.

Cinque elementi
Al centro di questa visione olistica sta il concetto di dosha, ossia ciò che può alterarsi nell’organismo. Dalla combinazione dei cinque elementi – etere, acqua, aria, fuoco, terra – nascono tre funzioni fondamentali. Il vata, unione di aria ed etere, genera movimento: chi ne è dominato è creativo, brillante, ma incline alla dispersione e all’ansia, e dovrebbe evitare luoghi ventosi prediligendo cibi caldi e orari regolari.
Il pitta, fusione di acqua e fuoco, governa la trasformazione e il metabolismo: caratterizza personalità decise, quasi manageriali, ma soggette a collera, che devono moderare alcol, fritture e piatti pesanti. Il kapha, infine, combina acqua e terra, offrendo stabilità e capacità di concentrazione, ma esponendo a inerzia e accumulo, fino – nella lettura ayurvedica – a possibili squilibri più gravi come cisti o tumori.

Troppi vata e pitta
Secondo l’ayurveda, il mondo contemporaneo soffrirebbe soprattutto di un eccesso di vata e pitta: ritmi frenetici che non lasciano tempo alla “digestione” delle esperienze, uniti a una competitività quasi febbrile. Nessuno, però, incarna un solo dosha in purezza: l’obiettivo resta un equilibrio tridoshico, un dialogo costante tra le tre forze che l’ayurveda insegna, da millenni, ad ascoltare.