(Neue Zurcher Zeitung) Dietro ogni cerotto di fentanyl venduto legalmente in farmacia si nasconde una catena di fornitura opaca che le case farmaceutiche si rifiutano di rendere pubblica. Le tracce dei precursori chimici portano quasi sempre in Cina, lo stesso Paese da cui partono le sostanze usate dai cartelli della droga messicani.
Il fentanyl vive una doppia vita. Negli ospedali è uno degli analgesici più potenti a disposizione della medicina moderna, impiegato da anestesisti durante gli interventi e prescritto sotto forma di cerotti ai malati oncologici: nelle strade delle città americane, lo stesso principio attivo è invece il motore della più grave crisi da overdose della storia recente, responsabile di centinaia di migliaia di morti nell’ultimo decennio.
Nel solo 2025 l’agenzia antidroga statunitense DEA ha sequestrato oltre 47 milioni di pastiglie contraffatte e quasi 4.500 chilogrammi di polvere, un quantitativo teoricamente sufficiente per centinaia di milioni di dosi letali.

Un’inchiesta preoccupante
Un’inchiesta della “Neue Zürcher Zeitung” ha provato a ricostruire il percorso di un comune cerotto a base di fentanyl venduto in Svizzera, interpellando le principali aziende farmaceutiche del settore. Il risultato è una fitta rete di reticenze. Ditte come Spirig o Sandoz si limitano a distribuire il prodotto, affidando la produzione a terzisti di cui non rivelano l’identità, invocando il segreto commerciale.
Solo Mepha Teva ha fornito qualche dettaglio in più, indicando come proprio fornitore la tedesca Luye Pharma, che a sua volta si approvvigiona presso tre produttori di principio attivo situati in Sudafrica, Germania e Scozia. Da lì, però, la tracciabilità si interrompe: né le aziende né l’ente regolatore svizzero Swissmedic accettano di rivelare l’origine dei precursori chimici utilizzati.
Gli inquirenti americani, che seguono invece le rotte illegali della droga, offrono indizi utili a colmare questo vuoto. Circa il 40% dei principi attivi farmaceutici nel mondo proviene dalla Cina, quota che sale fino al 60% per i soli precursori chimici. Più a lungo si risale la filiera di un cerotto maggiore è la probabilità di imbattersi in un fornitore cinese. Non esiste, del resto, una separazione netta tra i canali che riforniscono l’industria farmaceutica legale e quelli che alimentano i cartelli messicani.
I dati doganali cinesi confermano l’entità del fenomeno
Tra il 2016 e il 2024 Pechino ha esportato precursori per un valore superiore a 30 miliardi di dollari. Le esportazioni sono calate nel 2022, per l’effetto della guerra in Ucraina, e di nuovo nel 2025, quando la Cina ha inasprito i controlli sotto la pressione statunitense.
Nel frattempo l’India è diventata il principale acquirente dei precursori cinesi, superando gli Stati Uniti e sollevando nuove preoccupazioni nei rapporti della DEA. L’opacità non è casuale: filiere funzionanti restano, per le case farmaceutiche, un vantaggio competitivo da proteggere.